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Intervista all’on Furio Colombo, commissione Affari Esteri

Libia, “Il trattato? È Subordinazione, non amicizia”

“Maroni sposta l’attenzione sull’immigrazione”

Libia, “Il trattato? È Subordinazione, non amicizia”
03/03/2011, 12:03

ROMA - La crisi libica investe anche il nostro Paese: le ultime dichiarazioni in video di Gheddafi ne sono la dimostrazione quasi lampante. Mentre nei paese del Nordafrica continua la lotta, e con essa i continui bombardamenti, Muammar Gheddafi è apparso per la terza volta in televisione. E questa volta per tirare in ballo anche il premier italiano e quindi l’Italia intera: “Siamo riusciti a mettere gli italiani in ginocchio. Li ho costretti a scusarsi per il loro passato coloniale”, ha denunciato il Raìs tra le altre cose dichiarate. Proprio sulle ricadute e sugli effetti che la crisi libica produrrà sulla nostra Nazione resta aperto il nodo da sciogliere. Inoltre il flusso di immigrati che arrivano in Italia dai paesi del Nordafrica costituisce un problema attuale e spinoso che il nostro governo è chiamato a fronteggiare: a questo va aggiunto il rischio terrorismo annunciato dal ministro Roberto Maroni. Sulla delicata questione che vede protagonista la Libia e di riflesso l’Italia abbiamo chiesto il parere all’onorevole Pd Furio Colombo, componente della III commissione Affari Esteri e Comunitari.

Nel suo ultimo discorso in Tv Gheddafi tira in ballo il premier italiano e quindi il Paese intero: “Abbiamo costretto l’Italia a inchinarsi”, ha affermato il Raìs. Queste parole testimoniano secondo lei che la politica estera di Berlusconi sia stata subalterna alle volontà di Gheddafi?
Credo che in materia di politica estera italiana debbano essere valutate in particolare due caratteristiche che la contraddistinguono: la prima è di essere stata formalmente e clamorosamente ridicola, con un conseguente giudizio molto grave per l’immagine del nostro Paese: il “baciamano” alla Libia certamente è stata una delle cose più umilianti e più tristi, specialmente per gli italiani che non vivono in Italia e che devono tentare di spiegarlo ai concittadini dei paesi in cui vivono e lavorano, spesso anche in condizioni rispettabili e di responsabilità. Il secondo fatto è che l’Italia è legata ad un trattato con la Libia: questo trattato, nelle modalità di stesura e contenutistiche, non è un trattato di amicizia, ma è solo un trattato di subordinazione: evidentemente chi lo ha fatto ha pensato che valeva la pena umiliarsi al punto tale da avere in cambio il petrolio e il respingimento in mare dei clandestini. Da un attento esame del testo si capisce infatti bene che proprio il respingimento in mare dei clandestini risulta essere il vero cuore del trattato stesso. Ne consegue che la politica estera italiana, in un settore delicato come il Mediterraneo e nello specifico i rapporti con la Libia, sia stata dettata non da ragioni interessate e di politica estera, ma solo e prevalentemente per soddisfare esigenze di politica interna, in particolare della Lega che come si è visto in questi giorni, con l’approvazione di una finta legge sul federalismo municipale, è la vera vincitrice e dominitrice della politica italiana. Quindi sono gli immigrati da respingere il vero cuore di questo trattato che ha umiliato l’Italia nella clamorosa e teatrale subordinazione che l’Italia stessa ha accettato di avere nei confronti della Libia. In altre parole sono alcuni comuni lombardi e alcuni centri di moto leghista del nord che hanno determinato a dettare l’unico gesto importante di politica estera italiana nel mondo, che si è rivelato alla fine un gesto umilinate, imbarazzante e perdente.

Tanto Gheddafi quanto il ministro dell’Interno italiano, Roberto Maroni, denunciano l’allarme terrorismo. Dietro la crisi libica, a quanto pare, si nascondono infiltrazioni di Al Qaeda. Cosa ne pensa? Quanto crede sia reale questo rischio?
Maroni e Gheddafi, al momento curiosamente contrapposti ma con un’identica analisi della situazione libica, sono i soli esperti al mondo a vedere il terrorismo dietro la rivolta di un popolo che chiede libertà o almeno un minimo di libertà e dignità. Naturalemnte conviene a entrambi. Conviene a Gheddafi per dire “guardate bene che io sono un salvatore nei confronti del pericolo terrorista”, conviene a Maroni che sposta di nuovo l’attenzione e il discorso sull’immigrazione e non sulla politica estera reale. Di conseguenza ancora una volta ci sentiamo intrattenere sul pericolo dell’immigrazione, ci perdiamo sulla denuncia del pericolo immigrazione, piuttosto che occuparci da principale Stato Mediterraneo su quello che occorre ed è necessario fare nel Mediterraneo e per il Mediterraneo.

Continua l’emergenza sbarchi nel nostro Paese. Può l’Italia far fronte a questo e in che modo?
Non può solo perché siamo nel vento di una propaganda che ci costringe a pensare solo ed esclusivamente a questo. Noi registriamo la percentuale più bassa di immigrazione di tutti gli altri importanti Paesi europei: siamo a dei livelli assolutamente irrilevanti, con delle percentuali modeste rispetto alla Germania, la Francia e l’Inghilterra per esempio. Gli sbarchi di questi giorni sembrano catastrofici perché ci è stato annunciato un esodo biblico, che non è mai avvenuto e non appare in procinto di avvenire. I tremila giovani che sono arrivati, dopo ciò che è successo in Tunisia, sono di alta scolarità, di buona conoscenza del francese e prevalentemente diretti in Francia. Poi però come se non bastassero le cattive leggi italiane, esistono anche delle cattive leggi europee: esiste una direttiva stabilita dall’Europa a Dublino, secondo la quale la richiesta di diritto di asilo obbliga il richiedente di tale diritto a restare per sempre nel Paese in cui ha avanzato la richiesta di diritto di asilo. Di conseguenza ci troviamo di fronte a una serie di situazioni nelle quali persone fuggono dal loro Pease di origine, giungono in Italia perché è il Paese più vicino e chiedono il diritto di asilo in base alle norme internazionali, poi però si vedono costrette a rimanere in Italia anche se il loro obiettivo sarebbe andare altrove: ne sono impediti perché sono costretti a rimanere in Italia dove hanno richiesto il diritto di asilo, anche se non sono interessati a rimanere in Italia. Sarebbero in condizioni di essere utili altrove, ma non possono farlo. Se vengono riinviati nel loro Paese una grande ingiustizia sarebbe commessa perché viene negato loro il diritto di asilo. In conclusione è l’intero impianto della politica estera italiana a far si che la nostra immagine appaia meschina, la nostra capacità di affrontare i problemi appaia modesta e la nostra politica nel mondo appaia risibile.

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di Antonio Formisano
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