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Bagarre in Aula. Fini riprende Di Pietro e il governo

Milleproroghe, decreto approvato alla Camera

300 si e 277 no. Il testo passa subito al Senato

Milleproroghe, decreto approvato alla Camera
25/02/2011, 16:02

ROMA – Il decreto Milleproroghe passa con la fiducia alla Camera, con 300 si e 277 no. Dopo la fiducia l’Aula ha continuato i suoi lavori: prima con le dichiarazioni di voto sul provvedimento e poi con l’ok definitivo al decreto. Ed è subito sorta una vera e propria bagarre: al punto tale che lo stesso presidente della Camera ha ammesso che “è senza precedenti” quello che si è verificato oggi. Non sono mancati, infatti, i momenti di tensione in seduta di dichiarazioni di voto finale. Fermo ma irritato il tono di Gianfranco Fini, che ha dovuto gestire come un vero arbitro una partita giocata tra i due schieramenti dell’emiciclo a suon di proteste, fischi e boati in diversi momenti e che si è visto costretto a non riprendere la seduta a causa dell’assenza del governo: “La seduta non può riprendere finchè il governo non è seduto e la prego di riferire al ministro per i Rapporti con il Parlamento che è senza precedenti quello che sta accadendo quest’oggi”: in questo modo il presidente della Camera si è rivolto a Laura Ravetto, sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento, al suo rientro in Aula dopo che si era allontanata per l’intervento di Antonio Di Pietro. In poche parole la seduta è stata sospesa per diversi minuti per decisione di Fini proprio per l’assenza del rappresentante dell’esecutivo nell’Emiciclo. Ma non solo questo. A scatenare l’ira di Gianfranco Fini sono stati altri due incidenti. Da un lato l’accusa lanciata dal leader di Italia dei Valori, che durante la dichiarazione di voto ha parlato di “dovere morale di liberarsi da questo governo, che ha le sembianze di un governo libico”. Per l’ex pm un concetto è chiaro: non si può avere fede in un premier che invece di fare leggi per gli italiani, “si vuole occupare delle sue leggi. Il processo breve – ha attaccato senza mezzi termini Antonio Di Pietro – lo dovrebbe chiamare prescrizione breve”. Ma se su questa ultima dichiarazione il leader di Fli non ha battuto ciglio, è sul paragone con la Libia che non ha potuto tacere. È intervenuto, infatti, bacchettando Antonio Di Pietro: “Seppure in modo irrituale, me ne rendo conto - ha affermato Fini - mi permetta di farle osservare che non può essere consentito in quest’Aula paragonare un governo democraticamente eletto, per quanto possa essere avversato, ad una feroce e spietata dittatura quale quella del colonnello Gheddafi. E soprattutto – ha ribadito - in giornate come queste. Credo che, comprendendo la passione politica, utilizzare termini corrispondenti alla realtà sia un dovere per tutti”. L’altro momento di polemica si è verificato quando la parola è passata al presidente del gruppo Pdl Fabrizio Cicchitto. A Cicchitto, che lo aveva criticato per essere contemporaneamente leader di partito e presidente della Camera, Fini ha ribattuto: “Confermo che la situazione è istituzionalmente insostenibile”. Ora il decreto tornerà in Senato per essere convertito in legge probabilmente nella giornata di domani, prima della decadenza prevista domenica 27 febbraio.

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di Antonio Formisano
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