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Ormai anche il premier ha confessato che ha fallito

Monti: la sobrietà per nascondere il fallimento


Monti: la sobrietà per nascondere il fallimento
05/05/2012, 18:05

Ci sono due notizie negli ultimi giorni apparentemente innocue, ma in realtà con un profondo significato nascosto. La prima è la nomina dei "supertecnici" incaricati della cosiddetta "spending review": Giuliano Amato, Enrico Bondi e Francesco Giavazzi. La seconda è una voce sempre più forte, che vuole Monti impegnato nel tentativo di far approvare dalla Ue un piano per il rilancio economico basato su un piccolo trucco contabile, lo stesso che volevano far approvare Berlusconi e Tremonti.
Il problema della nomina era: perchè? Era stato incaricato un Ministro, Giarda, di occuparene già a gennaio. Perchè ora passare questo incarico a questi "tecnici esterni", diciamo così? Le opinioni di molti specialisti sono state le più diverse, ma in qualche maniera mi sembravano incomplete. Mi ha colpito che giovedì, durante la puntata della trasmissione Servizio Pubblico si sia parlato di una nomina fatta per scaricare altrove la responsabilità che altrimenti graverebbe su Monti. Ok, supponiamo che sia così; ma responsabilità per cosa? La risposta è arrivata in questo week end: la responsabilità per il completo fallimento della politica economica adottata da Monti. Il quale è stato chiamato per salvare l'Italia dal baratro del default, e invece ce l'ha spinto con maggiore violenza. E a dirlo non è qualche critico di questo governo, ma è lo stesso Monti.
Infatti il suo piano consiste in un piccolo trucchetto contabile: non contare nel ddeficit di uno Stato i pagamenti arretrati alle imprese e le spese per investimenti. Teniamo presente che la prima voce, per l'Italia, ammonta a 70 miliardi circa, quasi il 5% del Pil. Diciamo anche che la togliamo dai calcoli del deficit; ma come verrebbe pagata? La risposta è una sola (e spiega la richiesta di non inserirla nel deficit): con titoli di Stato. Cioè con un aumento del debito pubblico. E lo stesso avverrebbe con gli investimenti: verrebbero pagati con ulteriore indebitamento. Già siamo vicini ai 2000 miliardi di euro di debito pubblico; un aumento a 2100 in poco tempo non ci aiuterebbe di sicuro. Questo per due motivi: innanzitutto, perchè su quel debito pubblico ci dobbiamo pagare gli interessi. E al livello attuale, con i titoli di Stato italiani che in media rendono poco meno del 5% (la media nel 2008 era di circa il 4,6% e negli ultimi 4 anni si è mantenuta abbastanza stabile) significa garantirsi 4-5 miliardi in più di interessi all'anno per i prossimi anni. Non solo: nessuno ha pensato a come reagirebbero i mercati? Dire che si sentirebbero presi per i fondelli è un eufemismo. Ci sarebbe una ondata di vendite dei nostri titoli, col risultato di far salire il tasso di interesse; nè si può escludere un ulteriore declassamento da parte delle agenzie di rating. Cosa che comporterebbe un aumento ulteriore degli interessi, che già attualmente sfiorano gli 80 miliardi all'anno. E come li paghiamo tutti questi interessi? Semplice: o si aumenta ancora il debito pubblico, innescando una spirale che ci porterebbe in pochi anni al default; oppure si aumentano le tasse, deprimendo ulteriormente l'economia, e quindi diminuendo le entrate. A cascata, ad una diminuzione delle entrate corrisponde un aumento dell'indebitamento pubblico o un aumento delle tasse, che ci porterebbe anche in questo caso al default.
Naturalmente, non prendo in considerazione quella che sarebbe l'ipotesi più logica, da parte di politici intellettualmente onesti: tassare i grandi patrimoni, combattere seriamente l'evasione fiscale e la corruzione, requisire gli enormi introiti delle mafie. Non lo prendo in considerazione semplicemente perchè finora nessun governo ha intrapreso questa strada con convinzione e decisione. Anche il governo Monti, il cui sforzo è apprezzabile ma diretto solo contro i commercianti al dettaglio, non fa una vera lotta all'evasione fiscale, che non può prescindere dalla modifica di una serie di leggi: aumento della pena per falso in bilancio, reintroduzione di alcuni reati come l'abuso di ufficio non patrimoniale (adesso è punito, molto lievemente, solo quello in cui è dimostrato che in cambio c'è un passaggio di denaro) ed introduzione di reati che nel Codice non ci sono mai stati, come il traffico di influenze.
E' chiaro, guardando a quello che ho scritto, che a questo punto è ufficiale il fallimento del governo Monti. Di conseguenza, se il Presidente del Consiglio fosse una persona seria e conscia del suo ruolo istituzionale, dovrebbe dimettersi e lasciare che si vada al voto. Ma questo non accadrà. Sia perchè Monti ha dimostrato di non possedere le qualità sopra descritte; ma soprattutto perchè sono i partiti a non volere le elezioni. Il perchè è semplice: sanno di non poter vincere. I sondaggi parlano chiaro: il Pdl è poco sopra il 20%, il Pd supera il 25% ma a fatica; l'Udc - che sembrava poter superare il 10% - sta nuovamente scendendo; Idv e Sel, che hanno un trend positivo, rischiano di correre da sole, perchè il Pd non vuole allearsi con loro a livello nazionale (ed una alleanza Idv-Sel è una specie di incesto ideologico da far spavento); Beppe Grillo sta raccogliendo molto seguito, ma si pone contro tutti gli altri partiti e quindi non si alleerebbe con nessuno. Sulla Lega stendiamo un velo pietoso, dopo quello che si è scoperto su Belsito, su Renzo Bossi e tutto il resto. Quindi, se alla Camera una maggioranza di qualche tipo ci sarebbe, grazie alla legge elettorale che dà il 55% dei seggi al partito o alla coalizione di maggioranza relativa, al Senato rischia di essere un caos completo. Inoltre alcuni partiti hanno problemi interni: Berlusconi deve avere il tempo di distruggere e spazzare via Angelino Alfano, per prendere di nuovo in mano il partito (al di là del cambio di nome o di altri trucchi estetici); la Lega ha la guerra tra Maroni e il "cerchio magico" che è giunta al culmine ed ormai ci può essere solo la vittoria completa di uno dei due o la scissione del partito; il Pd finge di essere unito, ma è chiaro che Bersani non conta quasi nulla e, anche se fosse il candidato premier del partito, è troppo debole per avere peso nelle urne. Il gioco di adesso dei partiti è quindi: aspettiamo e raccogliamo i cocci per vedere se possiamo presentarci ancora, per quanto rabberciati. E il Paese? Non che gliene importi molto...

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di Antonio Rispoli
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