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Chi ha ragione tra i due?

P4: Tensione tra Scalfari e il comandante generale della Guardia di Finanza


P4: Tensione tra Scalfari e il comandante generale della Guardia di Finanza
03/07/2011, 13:07

ROMA - Punti di vista diversi, tra il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino di Paolo, sul comportamento dei generali appartenenti al corpo.

Il tutto nasce dall'affare ''Bisignani'', con la fuga di notizia riscontrata dalla A.G. di Napoli perpetrata dai generali del corpo.

A seguito di ciò, Scalfari nel suo articolo di domenica 26 giugno, conveniva che i generali della Guardia di Finanza si comportavano diversamente e erroneamente dalla componente territoriale sparsa nei vari comandi regionali e provinciali: ''È strano il destino di questo corpo armato dello Stato. È quello che con più tenacia e più lucidità persegue evasori e corrotti ma è quello anche che, specie nei dintorni del suo comando generale, fa parte da trent'anni di cosche e reti di malaffare''.

Nei fatti, il ''Mohicano Scalfari'' adduceva che al quartier generale del corpo (incluso più di qualche generale), invece di pensare alla salvaguardia del bene comune, si intrattenevano rapporti con soggetti politici ed economici, poco raccomandabili, poiché tesi al delinquere, diversamente dal loro personale (maggiori, capitani, tenenti, marescialli, brigadieri, appuntati e finanzieri) che combattono tali soggetti, sotto la direzione della stessa A.G. inquirente.

Tale fuga di notizia accertata dalle intercettazioni perpetrata per il tramite dei generali Vito Bardi e Luigi Adinolfi e il presidente dell’agenzia di stampa Adnkronos, Pippo Marra, induceva in Scalfari il convincimento dell'illecito delle azioni, da parte dei componenti del quartier generale del corpo.

A seguito di ciò, il generale di corpo d'armata, Nino di Paolo, quale comandante generale della Guardia di Finanza, ribatteva attraverso una lettera scritta e inviata al quotidiano la Repubblica al direttore.

Il contenuto della lettera è qui riportato:

«Egregio direttore, con vero e profondo rammarico ho letto un passaggio dell'articolo di fondo apparso sul suo quotidiano, in data 26 giugno u.s., a firma di Eugenio Scalfari. Non sono in discussione, da un lato l'incondizionata fiducia nel lavoro della magistratura e, dall'altro, il rispetto del principio costituzionale secondo il quale un cittadino, e dunque anche un ufficiale della Guardia di Finanza, è innocente fino al definitivo accertamento dei fatti, a maggior ragione in una fase così delicata come quella delle indagini preliminari. Lungi dall'apparire questa come una clausola di stile, ritengo che proprio il rispetto dovuto alla cornice di serenità e riservatezza del delicato lavoro che i magistrati sono chiamati a svolgere, suggerisca estrema prudenza nel formulare valutazioni in merito, a maggior ragione se estese oltre l'alveo della specifica vicenda. Mi chiedo e le chiedo, pertanto, sulla base di quali presupposti, partendo da un'indagine in corso su una fuga di notizie relativa alla cosiddetta "vicenda P4", ancora tutta da chiarire, si possa giungere a formulare un giudizio così pesante ed ingiustificato, per non dire gratuito, nei confronti del Corpo della Guardia di Finanza e del suo attuale organo di vertice, tanto da definirlo facente parte «di cosche e reti di malaffare». Conoscendo ed apprezzando la sua onestà intellettuale, sono certo che ella convenga sulla assoluta esigenza di non mettere in discussione, attraverso facili giudizi collettivi, l'onestà e la correttezza istituzionali di un Corpo e dei suoi appartenenti, che, ogni giorno, con grande sacrificio, compiono il loro dovere in circostanze di tempo e di luogo anche difficili. Di questi militari, caro direttore, sono e mi sento con orgoglio il comandante ed in questa sede desidero testimoniare con forza l'impegno e la fedeltà con cui, ogni giorno, vestono l'uniforme che da oltre 45 anni mi onoro, nell'interesse dello Stato, di servire».

Dopo di ciò, il direttore della Repubblica, Di Mauro, rispondeva alla lettera con le seguenti affermazioni:

''
Ha ragione il Comandante Generale Di Paolo di ricordare la presunzione di innocenza la quale si basa sulla possibilità degli attuali inquisiti di provare la loro correttezza. Ci auguriamo che la provino ma il quadro che risulta dalle intercettazioni, che tra l'altro mettono uno contro l'altro altissimi ufficiali della Guardia di Finanza, è comunque desolante. La lettera del Comandante Di Paolo risponde a due righe e mezzo da me dedicate all'argomento, ma avviso fin d'ora che ho dedicato a questo tema la mia rubrica quindicinale sull'Espresso che uscirà venerdì prossimo. Se il Comandante troverà spunti per un suo ulteriore intervento, saremo ben lieti di ospitarlo su quel settimanale''.


Successivamente sull'Espresso, Scalfari esponeva nuovamente il suo punto di vista su tali comportamenti e ingrandiva i meriti del dipendente ''personale sconosciuto'' e i demeriti dei componenti del quartier generale della Guardia di Finanza.

L'articolo in questione è riportato qui sotto:

Bravi i finanzieri, i generali mica tanto

Nell'affare Bisignani rispunta la doppia anima della Guardia di Finanza: affidabile nei suoi gruppi operativi, spesso inquinata al vertice. È una storia che comincia con lo scandalo petroli di quarant'anni fa.

L'affare Bisignani (uso la parola affare nel significato francese del termine)fornisce uno spaccato raccapricciante di corruzione morale e di bassissima qualità della classe dirigente del nostro paese.
I reati che stanno man man emergendo dall'inchiesta della Procura di Napoli sono gravi ma ancor più desolante è il livello delle persone coinvolte, la loro cupidigia, le loro invidie, le loro paure, la loro vocazione al ricatto, la flessibilità dei loro comportamenti e la durezza delle loro vendette.
A volte c'è grandezza perfino nel malaffare, ma nel sistema Bisignani c'è soltanto un'esasperante mediocrità che disegna perfettamente l'epoca berlusconiana.
Una raffigurazione letteraria che descrive un sistema analogo si trova nel romanzo "La Curée" di Emile Zola, che prendeva di mira l'affarismo e la corruzione dei "palazzinari" e i faccendieri parigini durante l'impero di Napoleone III. Ecco un titolo - "La cuccagna" - che si attaglia perfettamente a questa "fin de règne" berlusconiana.
Un aspetto particolarmente inquietante di quanto finora è emerso dagli atti dell'inchiesta di Napoli riguarda la Guardia di Finanza. Questo corpo speciale delle forze armate italiane ha un singolare destino e una singolare struttura. A cominciare dalla gerarchia dalla quale dipende.
La dipendenza politica e funzionale risale al ministro delle Finanze, l'eventuale impiego per compiti di ordine pubblico riguarda le Prefetture e il ministro dell'Interno, la partecipazione ad azioni di guerra il ministro della Difesa. Infine per i compiti di polizia giudiziaria la Guardia di Finanza opera alle dipendenze delle Procure della Repubblica.
In quest'ultimo compito i finanzieri si sono guadagnati sul campo il rispetto della pubblica opinione. Le inchieste più delicate li hanno spesso visti protagonisti, alcuni magistrati inquirenti di alto rango si sono appoggiati a loro a preferenza dei Carabinieri e della Polizia di Stato. Insomma la Finanza è un corpo che merita lode e rispetto, ma non altrettanto si può dire per il suo Comando generale. Qui, al vertice di quel corpo, sono stati rari e brevi i periodi di pieno rispetto delle norme di correttezza e legalità.
La norma stabilisce che il Comandante generale non provenga dall'interno ma dall'esterno del corpo proprio per non accentuarne la separatezza e l'autoreferenzialità; ciò nonostante i fenomeni di corruzione con traffici di contrabbando, con episodi di concussione, sono stati molto frequenti a cominciare con lo scandalo dei petroli di quarant'anni fa, quando il Comando generale fu identificato addirittura come il principale centro di contrabbando e di evasione fiscale. Da allora i casi di coinvolgimento del Comando generale e soprattutto dei Capi di Stato maggiore e dei generali della Guardia sono stati pressoché continui. Ed ecco riapparire oggi il Capo di Stato maggiore Adinolfi e una decina di generali e alti ufficiali della Guardia in veste di favoreggiatori, informatori, complici del sistema Bisignani.
Strano destino che la Guardia di Finanza condivide in parte con analoghe deviazioni che hanno coinvolto i Capi di Stato maggiore e dei reparti speciali dei Carabinieri, a cominciare dal caso Sifar-De Lorenzo-Piano Solo. Sicché questi corpi separati sono quelli che riscuotono al tempo stesso la maggiore fiducia e la maggiore sfiducia degli italiani: fiducia nell'arma territoriale e operativa, sfiducia negli alti comandi che la guidano e la rappresentano.Tra le tante contraddizioni del nostro Paese questa è tra le più inquietanti.

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di Zaccaria Pappalardo
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