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Braccio di ferro tra Palazzo Madama e Montecitorio

Schifani contro Fini:"Le legge elettorale resta in Senato"


Schifani contro Fini:'Le legge elettorale resta in Senato'
14/10/2010, 17:10

ROMA - In tema di riforma della legge eletterole, tra Palazzo Madama e Montecitorio, è in atto un vero e proprio  scontro istituzionale. Dopo la richiesta avanzata da Gianfranco Fini per trasferire la discussione sulla delicatissima legge dal Senato alla Camera dei deputati, è arrivato infatti il secco rifiuto di Renato Schifani che, in una nota pubblicata proprio dall'ufficio stampa dell'Aula, ha osservato: "In relazione alle osservazioni avanzate dalla Camera in merito ad  un riequilibrio dei carichi di lavoro tra le omologhe commissioni Affari costituzionali dei due rami del Parlamento, il presidente Schifani ha assicurato al presidente della Camera di aver avuto ampie garanzie dal presidente della commissione Affari costituzionali sulla possibilità di proseguire nell’esame della legge elettorale. Inoltre il presidente Schifani ha ricordato come il 2 dicembre dello scorso anno l’Assemblea di Palazzo Madama abbia approvato una mozione della senatrice Finocchiaro e altri, nella quale si contemplava la materia elettorale tra quelle da includere nel novero delle possibili riforme istituzionali, attualmente all’esame del Senato".

FINI PERPLESSO
Già dallo scorso martedì, però, la terza carica dello Stato aveva definito "difficile" la conclusione dell'inter per l'approvazione della riforma della legge elettorale da parte del Senato. E proprio sulla risoluta e puntuale risposta di Schifani, il numero uno di Montecitorio ha commentato così:"E' ineccepibile  la risposta del presidente del Senato nell’ambito del leale rapporto di collaborazione tra i due rami del Parlamento. Ma è altrettanto evidente che c'è una questione politica perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma della legge elettorale".
Il braccio di ferro tra Palazzo Madama e Montecitorio, dunque, si conclude con il primo round vinto dal Senato.

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di Germano Milite
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