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Politica - Parlamento


Stoccata di Fini: maggioranza decida insieme a opposizione

PRATO – Le riforme non possono essere decise solo dalla maggioranza, ma c’è bisogno che siano condivise da tutte le forze politiche, per evitare che le regole siano scritte e riscritte ogni qual volta un governo si succede ad un altro. E per ottenere ciò c’è bisogno di un continuo confronto, evidenziando ciò che unisce e tenendosi bene alla larga da ciò che è invece solo causa di discordia. E’ il parere di Gianfranco Fini, presidente della Camera, ribadito oggi a Prato durante la cerimonia in occasione dei 200 anni dalla realizzazione dell'aula consiliare di Prato.
“Riscrivere le regole, - ha detto Fini, - deve necessariamente comportare l’impegno per una riscrittura che sia quanto più possibile condivisa… Sarebbe certamente un momento meno difficile per il nostro paese quello in cui dovesse affermarsi il principio che in una democrazia dell’alternanza ogni maggioranza modifica a proprio piacimento le regole del vivere civile, le regole che devono impegnare tutti gli Italiani”.
Sulle “riforme strutturali” Fini, fedele al nuovo ruolo di mediatore che la sua carica gli impone, ha sottolineato la necessità che maggioranza e opposizione trovino punti d’incontro, perché “il Paese non può continuare a dilaniarsi come in una perenne campagna elettorale”.
Parlando della Costituzione, Fini ha spiegato che delle modifiche sono possibili, ma bisogna rispettare tutte le regole per altro già previste nella Carta stessa. “E’ certamente possibile farlo (modificarla, ndr) avvalendosi di maggioranze ordinarie, - ha dichiarato Fini, - ma in quel caso si è sottoposti all’esame dell’unico soggetto che in una democrazia è sovrano: il corpo elettorale”.
Intervenendo anche sul discorso immigrazione, il presidente della Camera ha parlato dell’integrazione mettendo in primo piano la necessità di garantire il rispetto della legge. “Se è doveroso da parte dell’Italia rispettare la cultura di origine e l’identità degli uomini e delle donne che vengono a partecipare con il loro lavoro alla crescita della nostra società, - ha sottolineato, - dobbiamo anche chiedere loro di rispettare le nostre leggi, di parlare la nostra lingua, di mandare i loro figli nelle nostre scuole, e di fare proprio il valore della dignità della persona, che è alla base della nostra cultura, non si possono reclamare solo diritti senza essere pronti ad adempiere ad altrettanti precisi doveri”.
E questo è un do ut des che si rivela necessario, specie quando il significato di integrazione viene stravolto e va a significare la tolleranza estrema che permette l’esistenza di autentiche eclaves autoregolamentate, che pur insistendo in Italia continuano a costituire un mondo a sé stante. Serve, ha invitato Fini, un impegno di tutte le Istituzioni, della politica e dei cittadini. “L’Italia, - ha concluso, - deve essere di tutti coloro che la sentono come patria, anche se per alcuni non è la terra dei loro padri”.

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