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Nuovi pentiti di Agrigento accusano il leader dell'Udc

Totò Cuffaro rinviato a giudizio per mafia


Totò Cuffaro rinviato a giudizio per mafia
25/11/2009, 15:11

PALERMO - La “questione morale” che nessuno vede. Soprattutto in Parlamento. E’ il giorno dell’Udc, del regno dello “scudocrociato”, della Sicilia. La Procura della Repubblica di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di Totò Cuffaro, parlamentare e figura di spicco del partito di Casini, nonché ex presidente della Regione siciliana. L’accusa è sempre la stessa: concorso in associazione mafiosa. Il procuratore Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo sono convinti che Cuffaro ha tenuto un comportamento teso a rafforzare con le sue azioni, sistematicamente ed in modo continuato, l’associazione mafiosa. L’ex governatore della Sicilia, tra l’altro, è già stato condannato in primo grado a 5 anni nel processo delle “talpe” alla Dda con l’accusa di favoreggiamento, con una richiesta in appello di aggravamento della pena a 8 anni con l’ulteriore peso di “aver agevolato l’organizzazione criminale”. Insomma, non basta un processo. I magistrati vogliono che se ne celebri un altro, dove alle prove e agli elementi dell’inchiesta relativa alle “talpe” se ne aggiungano ulteriori, ancora più corpose e significative. Si riparte dall’udienza preliminare con nuove dichiarazioni dei pentiti. Collaboratori di giustizia, soprattutto della zona agrigentina, che hanno deciso di aprire uno squarcio nel muro di omertà e svelare tutti i retroscena di affari e business consumati sull’isola grazie al patto politica-camorra.
La situazione per Totò Cuffaro si fa sempre più difficile e la sua posizione di leader nazionale dell’Udc crea imbarazzo a tutto il partito. Un “cannolo” più che mai indigesto.
Eppure la “barzelletta” dell’Antimafia è stata una bella invenzione. Creata soprattutto per la Sicilia, a cominciare dalla legge sullo scioglimento per “infiltrazioni mafiose” degli Enti locali. All’inizio, da destra a sinistra, sui giornali, nei “salotti”, nelle università fu accolta come un’opportunità di riscatto, un’offensiva dello Stato, delle istituzioni contro la mafia, contro la camorra, contro il “braccio economico” della criminalità. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. I “professionisti” dell’Antimafia hanno fatto carriera nei partiti. Continuano a frequentare salotti, convegni, università ed a riempire le pagine dei giornali. Nel concreto, però, nulla è cambiato. Nei partiti e nel Parlamento. Sempre le stesse facce. Quelle facce che l’Antimafia ed i magistrati conoscono bene. Come le conoscono i collaboratori di giustizia.

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di Giovanni De Cicco
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