Provincia / Caserta

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In carcere con l’accusa di bancarotta fraudolenta

Caso Spena, arrestato l’accusatore del sindacalista

A causa del fallimento della società Manò Marine

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Caso Spena, arrestato l’accusatore del sindacalista
30/01/2013, 11:30

CASERTA - Da imprenditore coraggio a presunto bancarottiere, in appena quattro giorni. E’ passato letteralmente dalle stelle alle stalle Rosario Colella, imprenditore del settore nautico finito in carcere con l’accusa di bancarotta fraudolenta legata al fallimento della sua Manò Marine, srl con sede legale a Bagnoli e sede operativa nell’area industriale compresa tra Gricignano d’Aversa e Carinaro, dichiarata fallita il 12 ottobre 2012. Appena venerdì scorso Colella si era guadagnato la ribalta delle cronache dopo aver provocato, con la sua denuncia alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, l’arresto del sindacalista della Fiom Angelo Spena, reo, a suo dire, di averlo “dissanguato” chiedendogli in continuazione soldi, fino a 20mila euro, anche per agevolare l’ammissione alla cassa integrazione dei dipendenti della sua azienda in forte difficoltà. Un imprenditore coraggioso, secondo i magistrati sammaritani, mentre per quelli napoletani le difficoltà lamentate da Colella non erano dovute alla crisi o alle tangenti, ma erano state create e pilotate dallo stesso imprenditore per portare l’azienda al fallimento. La Guardia di Finanza, che ha effettuato le indagini, ha infatti accertato che Colella avrebbe distratto a danno dei creditori beni aziendali per un valore di circa 5 milioni di euro e prodotti in lavorazione e finiti per altri 14 milioni di euro. Le barche già ultimate o in via di allestimento, e gli stampi utilizzati per gli scafi, è emerso, sarebbero stati trasferiti dalla sede operativa di Carinaro in altri capannoni a lui riconducibili ma mai dichiarati, che si trovano a Castel Volturno, Villaricca, Napoli e Palermo. Contro di lui gli investigatori hanno raccolto una copiosa documentazione contabile, nascosta al curatore fallimentare nei vari capannoni e persino nell’auto della sorella, la cui preoccupazione è emersa in alcune intercettazioni ambientali e telefoniche registrate durante le indagini.

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di Emilio di Cioccio
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