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La terapia per il Mezzogiorno? Non può essere la desertficazione


La terapia per il Mezzogiorno? Non può essere la desertficazione
15/11/2013, 10:59

Parole, parole, parole. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi e larecente polemica, nata da un intervento del Ministro per la Coesione territoriale Trigilia all’Accademia dei Lincei, lo scorso 23 ottobre, rischia di rientrare in questo schema perdente. Anziché affrontare e risolvere i problemi del Sud, accapigliamoci sui perché e i percome all’origine del suo dramma storico, economico e sociale. Ciò posto, ragionare, quando non è dettato da intenti meramente strumentali, serve sempre. L’importante è non dimenticarsi di agire, e questo può farlo soprattutto chi, come Trigilia, ricopre importanti ruoli istituzionali. Ma deve farlo, nel caso specifico, anche la cosiddetta società civile meridionale. Proprio quella chiamata in causa dal Ministro.
Cosa ha poi detto Trigilia di così straordinario? In effetti, nulla! Ha ribadito, in sintesi, concetti tempo acquisiti dagli storici, dai sociologi e dai politologi che hanno affrontato la questione delle due Itale. Il Mezzogiorno, ha ricordato il Ministro, è vittima di una debole cultura civica, alla base di una domanda politica caratterizzata da clientelismo e perseguimento di interessi particolari.
E’ possibile negare questa affermazione? Significherebbe effettuare una sorta di revisionismo assimilabile a chi oggi tende a mettere alla pari fascisti e antifascisti che si fronteggiarono durante la resistenza. Non è il caso di incamminarsi su un terreno così impervio, anche perché vorrebbe dire negare la realtà, per quante facce possa avere e con tutti i distinguo che si possano operare.
Ma su due punti vale la pena di soffermarsi. Il primo è: siamo proprio sicuri che il male indicato, per ultimo anche da Trigilia, per il Sud, non si sia riprodotto in misura preoccupante anche nel Centro-Nord? La mancanza di un sentimento nazionale, l’incapacità di guardare al di là dei propri interessi territoriali, il dilagare del fenomeno della corruzione e della concussione appaiono tratti distintivi di larghe aree del Settentrione e, probabilmente, hanno contribuito a rendere il sistema Italia meno competitivo nel suo complesso.
La sottolineatura non è fatta per rifuggire dal problema meridionale: autoassolversi estendendo le responsabilità fino ad annullarle, in una logica deteriore del mal comune mezzo gaudio.
Serve, se mai, e siamo al secondo punto, a porre una domanda che, in questo momento storico, appare centrale: come si risolve il problema del divario territoriale?
C’è chi, come Nicola Rossi e come sembra fare anche il Ministro, almeno nella circostanza del suo intervento ai Lincei, punta il dito unicamente sulla capacità di governo e sulle relazioni tra il potere e la cittadinanza.
Questa visione non è di oggi e si è tradotta da tempo in politica territoriale e azioniconseguenti. In epoca di crisi e di contenimento del disavanzo pubblico, si è preferito stringere la cinghia proprio nelle zone più deboli del paese.
I dati ricordati nel corso della recente presentazione del rapporto Svimez stanno a testimoniarlo. La pressione fiscale siaccentua al Sud più che al Nord: in un solo anno, dal 2011 al 2012, i tributi regionali nel Meridione sono passati dal 3,9 al 4,6%. Dal 2007 nelle regioni a statuto ordinario del Mezzogiorno le spese correnti sono diminuite in media annua del 2,1% contro l’1,2% del resto del Paese. La stretta fiscale imposta dal centro alla periferia è stata molto più accentuata verso il Sud. Gli effetti per l’economia purtroppo hanno evidenti caratteri strutturali. Se, nel 2012, il pil del Sud è calato del 3,2% contro il 2,1% del Centro-Nord, ancor più grave risulta il fenomeno della migrazione dei cervelli. Negli ultimi venti anni hanno abbandonato il Mezzogiorno 2,7 milioni di persone.
Se la terapia dello stato nazionale per aree con basso tasso di cultura civica si concretizza in un mix composto da desertificazione produttiva e spopolamento, direi che non ci siamo. Non ci siamo proprio. E’ un andamento da ribaltare. E’questo il nodo che devono affrontareTrigilia e il Governo Letta. Con un rinnovato protagonismo delle istituzioni territoriali e la partecipazione attiva delle popolazioni meridionali a ogni possibile livello.  

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di Redazione
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