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Auriemma: "Lavezzi, primadonna o leader?"


Auriemma: 'Lavezzi, primadonna o leader?'
01/05/2012, 10:05

Essere leader senza cadere nei personalismi capricciosi della primadonna. Non è facile, soprattutto nel mondo del calcio, dove l'enfasi delle folle crea confusione nei modi d'essere. Può capitare che un giocatore bravo cavalchi l'onda del successo e si lasci andare ad atteggiamenti da superman, anzi da primadonna, nella convinzione che l'accezione in specie sia un vanto piuttosto che una presa in giro. Certi comportamenti capricciosi o isterici mascherati in pubblico ed esibiti maggiormente nel privato dello spogliatoio hanno come effetto quello di rompere l'armonia, condizionare le scelte dell'allenatore. Sembra facile sedere in panchina per tutta la settimana osservando il lavoro del gruppo e poi decidere se far giocare chi è più in forma oppure chi ha il nome che più rimbomba. A Napoli, poi, tutto si amplifica. Al punto che per una settimana intera la piazza ha reclamato Vargas al posto degli assenti Lavezzi o Pandev con il Novara. E stiamo parlando di un ragazzino che ha mostrato finora soltanto qualche bel filmato dal Cile. Se poi il dubbio in formazione riguarda proprio il Pocho, apriti cielo: si arriva a odiare chi lo tiene fuori. Una reazione spropositata, irrazionale nella misura in cui non esiste un solo allenatore che metta in campo una "pippa" per tenere, chissà perché, fuori un calciatore che gli permetta di vincere da solo. Quasi da solo. Da quando Maradona ha abdicato dal calcio giocato non si è più visto uno che riesca a condizionare i risultati a prescindere del contesto che lo circonda.

Primadonna o leader? La linea di demarcazione è sottilissima. In un gruppo sociale il capo non si autonomina, viene scelto dagli altri perché lo si considera fonte dell'autorità, perché si distingue soprattutto nei momenti difficili e riconosce quando è il momento di farsi da parte. Per il bene della comunità. E se non lo fa, rischia di essere isolato. Chissà perché, ma da sabato sera si sono ribaltate le posizioni sul Pocho. Chi lo voleva assolutamente in  campo contro la Roma, lo ha additato come responsabile del pari giallorosso. E la stessa espressione di Cavani, nel lasciare il campo per fare spazio all'argentino, concedeva poco spazio alle interpretazioni. Scuoteva il capo silenzioso, il Matador, quasi a dire: «Ma guarda un po' se è normale questo cambio a poco più di un quarto d'ora dalla fine e con il risultato di 2-1 a nostro favore». Come gli si può dare torto? A quel punto della partita sarebbe stato più logico Britos a rinforzare la difesa per resistere a una Roma che aspettava solo il colpo del ko. Scommettiamo che lo stesso Cavani, di fronte alla scelta di potenziare la retroguardia, avrebbe abbandonato il campo sorridendo e non perplesso? Quella sostituzione ha indispettito tutti, soprattutto i calciatori del Napoli che avevano apprezzato Mazzarri per aver resistito alle pressioni esterne.

Aveva confermato l'assetto di squadra che gli aveva garantito più equilibrio, con due vittorie di fila e senza nemmeno un gol al passivo, nonostante certe reazioni fanatiche ed esagerate. Poi, ha prevalso in lui il quieto vivere accontentando tutti. Anche Lavezzi che aveva ripreso a starsene a testa giù col muso lungo e che rischiava di sbottare con un "vaffa" rivolto alla panchina, come accadde durante Napoli-Catania. Forse gli avrà dato fastidio cominciare a sentire che il Napoli non dipende più da lui e che in sua assenza era stato addirittura convincente e vincente per due partite di seguito. Anzi tre, giacchè a Roma stava per arrivare al tris di successi. Poi, in quei 20 minuti dell'Olimpico si è capito perché il Pocho era rimasto in panchina e pure perché il Napoli era stato schiacciato nel finale nella sua area di rigore. Parlare di "separato in casa" forse è troppo, ma il malumore della squadra verso il Pocho può essere comprensivo: quella mossa figlia di molti errori poteva costare l'accesso alla Champions, ora nuovamente possibile. Non si tratta né di essere primadonna o leader, è una questione di maturità che non sempre appartiene a chi calca le scene da protagonista e rifugge le folle che lo acclamano. Napoli è così, ama alla follia i suoi beniamini. A Milano o a San Pietroburgo applaudono algidi e fischiano forte al primo errore.

FONTE: RAFFAELE AURIEMMA PER IL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
 

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di Luigi Russo Spena
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