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Benitez racconta il calcio italiano e il suo lavoro


Benitez racconta il calcio italiano e il suo lavoro
27/12/2013, 11:08

In un'intervista apparsa sul Corriere dello Sport, Benitez racconta il suo lavoro e il calcio italiano, ritrovato dopo tre anni. "Come l'ho trovato? Cambiato ma non troppo. Le partite restano difficili, molto; ma mi sembra ci siano novità nelle impostazioni: c'è una tendenza maggiore al palleggio. Poi, la solita evoluta organizzazione, gare che nascondono insidie. E sempre una bella atmosfera".

Di Benitez dicono sia un uomo "ossessionato" dal calcio". Rafa ammette: "E' il mio lavoro, che vivo con passione. Poi il tempo, gli anni, l'esperienza, ti fanno valorizzare anche gli altri aspetti della vita. Dài importanza a ciò che magari in passato ti è sfuggito, cogli il senso intero della vita. Ma ci arrivi con gli anni. O se vai in un ospedale e osservi un bambino ammalato o se ti giri per le strade e t'accorgi del disagio di chi ha bisogno. Di un allenatore, di me in questo caso, viene spesso fuori solo l'immagine pubblica".

Sul miglior allenatore al mondo, Benitez non ha dubbi: "Posso dire che Sacchi, in Italia, ha inciso come pochi, anzi come nessuno: ha modificato un modo di pensare, ha introdotto una filosofia all'epoca innovativa. Sui contemporanei, ho l'imbarazzo della scelta: ma nella mia classifica, ci sono sempre Wenger, Del Bosque e Guardiola, ognuno per quel che ha saputo realizzare".

Rafa non ha citato Mourinho e Ferguson, ai quali non risponde mai alle loro frequenti accuse: "Io parlo in campo, non ho voglia di scendere in polemiche. E non credo che chi vinca tanto abbia più ragione di chi vinca meno. Fosse così, chi è destinato a vivere in società medio-piccole non avrebbe diritto alla parola. E non mi pare che sia questo un modello esemplare di vita".

Inevitabile, a questo punto, la domanda sullo stile e sul metodo Benitez. Rafa così risponde: "Sono me stesso, con i miei principi, con i miei valori, con la mia educazione, con il rispetto – sacro – che si deve agli altri. Sul metodo, ognuno ha i propri sistemi di allenamento e penso che il mio passato abbia un suo peso nelle valutazioni. C'è chi sceglie il lavoro a secco, chi invece preferisce affidarsi al pallone: non sono, comunque, correnti di pensiero, ma esperienze personali che ognuno ha maturato e che porta avanti. Alla fine, comunque, sono i risultati che cambiano i giudizi, ahimè".

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di Redazione
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