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COSTRETTI A "CRESCERE"

Con Lavezzi se ne va il fanciullo che era in noi


Con Lavezzi se ne va il fanciullo che era in noi
03/07/2012, 12:07

Essere tifosi del Napoli significa conoscere profondamente il significato della parola “sofferenza” e non starò qui a spiegarne il motivo, perché certo che mi capirete tutti.
Il dolore, quello che ti piega in due ma che ti fa anche crescere, ha un sapore fin troppo noto per i tifosi partenopei, soprattutto per quelli che si sono avvicinati agli azzurri nel “dopo Maradona”.
Ed è proprio da lì che, all’indomani della cessione di Ezequiel Lavezzi al Psg, intendo ripartire. Da quando (ed io ero solo un bambino) Ferlaino cominciò a vendere pezzi pregiati in serie, senza preoccuparsi dei sentimentalismi dei tifosi.
Massimo Crippa, Gianfranco Zola, Fabio Cannavaro, Ciro Ferrara, Daniel Fonseca, Paolo Di Canio, André Cruz, Pino Taglialatela, solo per citarne alcuni. Tutti ceduti al miglior offerente, così come fu fatto anche con Stefan Schwoch, idolo dell’era moderna del Napoli pre-Lavezzi, ritenuto gioiello con cui fare cassa e non possibile trascinatore di un collettivo che aveva appena raggiunto la promozione in A (2000).
Giocatori che (chi più, chi meno) hanno rappresentato qualcosa per questa città. Giocatori a cui i napoletani hanno voluto bene e ai quali si sono attaccati.
Mai, però, dopo Maradona, qualcuno è stato più amato così. Mai, finché il 5 luglio del 2007 approdò in azzurro Ezequiel Lavezzi, detto El Pocho.
Un giocatore formidabile, sempre sorridente e con una voglia matta di correre e giocare al calcio. Una specie di Peter Pan argentino, un eterno bambino che non si stanca mai di correre dietro alla palla. Neanche quando la mamma gli urlava: “E’ pronto, si mangia”!
Non si sarebbe mai fermato. Fosse stato per lui da quel pallone non si sarebbe mai separato. Chissà che non stia tra lui e Yanina, nel letto, anche quando scatta la voglia di coccole.
Eppure, qualche volta deve proprio rinunciarci (ve lo immaginate palla al piede che fa shopping per le vie di Parigi? Io no, onestamente). Così come noi tutti dovremo rinunciare al fanciullo che era in noi. Quello che era stato estirpato dal nostro animo ed esiliato chissà dove da Ferlaino, Corbelli e Naldi ma che, grazie al Pocho, aveva ripreso il suo posto, dentro di noi.
“Con Lavezzi se ne va l’adolescenza”. Recitava stamane lo “stato su Facebook” di un mio caro amico. Ed ha quasi 29 anni, non esattamente un imberbe ragazzino. Come dargli torto? L’addio del Pocho segna la fine delle illusioni. La disillusione finale di chi, adolescente o non, nutriva ancora una speranza.
Quella di avere un idolo, una bandiera. Che sia tua e di nessun altro. Che “nasca” e “muoia” con te. Una speranza che la voglia di tranquillità di Lavezzi e le logiche di mercato hanno mandato a farsi benedire.
Ora è lì, a Parigi. Esiliata. Come lo è di nuovo il fanciullo che era in noi…

(Dedicato a chi, adulto, avrebbe preferito diventarci per sua scelta)

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di Pensiero Azzurro
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