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Donadoni: "Non ho lasciato macerie a Napoli"


Donadoni: 'Non ho lasciato macerie a Napoli'
01/08/2010, 16:08

Roberto Donadoni, dica la verità: quanto ha «gufato» contro Lippi?
«Dico la verità: ognuno ha il suo stile, e quello del “gufo” proprio non mi appartiene. Come avrei potuto tifare contro ragazzi che erano stati anche con me, e che per me avevano dato tutto?».

Insomma, ciascuno per la sua strada?
«Guardi: sul piano tecnico, Lippi resta un grande allenatore. A livello comportamentale, preferisco non esprimermi. Siamo diversi».

Europei 2008: la misero in croce per essere stato sbattuto fuori, nei quarti, dalla Spagna che poi, quegli Europei, li avrebbe vinti in carrozza.
«E ai rigori. E senza titolari del calibro di Cannavaro, Gattuso, Pirlo. Non cerco scuse: ai punti, meritavano loro. Però era la Spagna: un boom programmato, non una cenerentola di passaggio».

Quali erano le sue favorite per il Sudafrica?

«Inghilterra, Brasile, Argentina. Con la Spagna a ruota».

Le Nazionali più sgonfie?
«L’Inghilterra, per quelle che erano le premesse e le ambizioni. L’Italia, per come, e quando, è uscita: troppo presto».

Che Mondiali sono stati?
«Quelli che, più o meno, mi aspettavo. Senza picchi clamorosi, senza novità sconvolgenti. Ormai si gioca così tanto, e la pressione è così forte, che alla meta si arriva nudi».

Proposte alternative?
«Bisognerebbe spaccare la stagione e piazzarli in mezzo, non alla fine. Impossibile. I campionati a venti squadre, la Champions, eccetera: i calendari non hanno più un buco».

Come si vive da disoccupati?
«Studiando, girando. Sono stato in Inghilterra, a seguire l’Arsenal di Wenger, e poi a Barcellona, da Guardiola, alla vigilia della sfide con l’Inter. Ho sciacquato i panni, in attesa di una proposta seria».

Il telefono non squilla?
«Sì, ma non abbastanza: qualcosina dall’estero, e pure dall’Italia. Non ho fretta».

Caso Maradona: più sorpreso dalla sua nomina o dal suo esonero?
«Metà e metà: spiazzato quando lo fecero ct; basito alla notizia della cacciata dopo un Mondiale, tutto sommato, dignitoso».

Moviola sì o moviola no?
«Moviola sì, esclusivamente per gli episodi eclatanti, di facile lettura. Tipo la mano di Henry o il gol di Lampard. Non, però, per la rete di Tevez in fuorigioco. La preferisco ai giudici di porta, a patto di usarla senza abusarne».

Cosa perdiamo con la partenza di Mourinho?
«Un grande allenatore, come documenta la tripletta dell’Inter, e un grande affabulatore: detto ciò, prendo le distanze da certi atteggiamenti, i più estremi ed estremisti. Non hanno aiutato a migliorare l’atteggiamento e la cultura del calcio italiano».

Fuor di Mourinho?
«Siamo il Paese del “tutto e subito”. Continuiamo a predicare bene e a razzolare male. Ha provato a contare la panchine saltate nell’ultimo campionato?».

Saltò anche la sua, a Napoli.
«Dopo sette partite. Ma questo è il meno. Anche perché non credo, visti i risultati ottenuti da Mazzarri, di aver lasciato macerie».

Dicono di lei: così grigio e per bene, così modesto.
«E allora? Rifiuto l’idea che l’etichetta di essere una persona normale possa penalizzare la carriera. Non sono il migliore, e resto orgoglioso della mia normalità».

Balotelli al Manchester City non è forse una sconfitta per il nostro movimento?

«Una sconfitta proprio no. Ma deve far riflettere. La nostra filosofia, e Mario stesso».

Nel 2008, lei chiamò Cassano agli Europei: morale?
«Il suo rendimento fu buono, non eccezionale; il comportamento, splendido. Dire che avrebbe potuto, da solo, cambiare il destino dell’Italia africana, significa mancare di rispetto al gruppo».

Favorevole agli oriundi?

«Con giudizio. Consideriamoli un’opzione in più. Punto e basta. Nello stesso tempo, ricordo che l’idea di Amauri azzurro non mi disturbava, anzi».

Prandelli?
«Ha competenza ed è una persona splendida. Dovrà costruire, e per questo ci vuole pazienza. Dipenderà anche da voi, non solo da lui».

La Juventus di Del Neri?
«Stimo troppo Gigi per non essere ottimista».

Chi vince lo scudetto?
«Che domande: l’Inter».

Cosa manca al Milan?
«Almeno tre giocatori di classe, uno per reparto».

Fonte: La Stampa

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di Roberto Russo
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