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AMBASCIATORE A DUBAI?

Fabio Cannavaro: "Napoli, puoi contare su di me"


Fabio Cannavaro: 'Napoli, puoi contare su di me'
13/11/2011, 17:11

Un nome, una garanzia. Fabio Cannavaro: il campione del mondo, il Pallone d'oro del 2006, il Fifa World Play dello stesso anno, il collezionista di scudetti e coppe in Italia e Spagna, l'immagine del calcio simpatico e vincente. Ne ha fatta di strada quel ragazzo che, buttato da Lippi nella mischia del Napoli a vent'anni, era il '93, andava via a piedi dal San Paolo borsone sulla spalla e mano nella mano con Daniela, che è diventata poi sua moglie e che gli ha dato anche tre figli. Una lunga strada di successi. Una vita da campione, la sua. Poi, l'anno scorso, a quasi trentott'anni, la decisione di chiudere con gli allenamenti, le partite, i lunghi ritiri. Ora non gioca più, ma il calcio gli appartiene sempre, così come lui appartiene sempre al calcio.
E allora, Cannavaro, come va la vita senza un pallone da rincorrere e un avversario da tenere a bada?
«Sinceramente? Non è male. Il calcio, quello giocato non mi manca molto. Forse perché, seppure in un altro modo, ci sono sempre dentro. O forse perché me ne sono staccato un po' alla volta. L'ultima stagione a Dubai, all'Alahli, mi è servita per un addio senza pressioni. E poi, la verità?, dopo vent'anni sempre ai massimi livelli e dopo ottocento e più partite, con precisione non so neppure quante, era venuto il momento di mettere il punto alla mia carriera. Ma senza rimpianti. Anzi, con tanto orgoglio e soddisfazione».
Addio campo, però il lavoro non le manca.
«Non mi manca. Anche se, a dire il vero, in questo momento sono in spiaggia, a Dubai, vicino casa. Con me c'è Patrick Vieira, amico mio e oggi responsabile delle giovanili e "ministro degli esteri" del Manchester City. Ieri, invece, c'è stato mister Lippi a casa mia. Appena posso vengo al mare, ma era da un po' che non mi riusciva. Sa nell'ultimo mese e mezzo quante ore di volo ho messo assieme? Centocinquanta».
Per andare dove?
«Ho girato parecchio: Australia, Indonesia, Singapore. Ed Europa, ovviamente. Ma non mi lamento. Quello che sto facendo è interessante, stimolante. Il confronto con nuove realtà e nuovi mercati del calcio mi sta aiutando a crescere come dirigente, come manager».
Ma qual è il suo ruolo all'Alahli? Consigliere tecnico del presidente-sceicco Abdullah Saeedal Naboodah?
«Noi diremmo: uomo immagine. Il calcio degli Emirati ha bisogno di farsi conoscere e il presidente ha voluto che l'Alahli lo rappresentassi io nel mondo».
L'idea comune è che gli sceicchi coprano d'oro chi va da loro a fare calcio.
«Lo so. Si pensa e si dice che chi lascia tutto e viene qui lo fa per soldi e basta. L'hanno detto anche per me. Ma è un'idea sbagliata. Il calcio degli Emirati non è un circo. Qui non si pagano dieci, quindici milioni per un calciatore. Qui i campioni, i fuoriclasse non guadagnano più di due milioni di dollari a stagione e gli stipendi medi non superano i duecento-trecentomila dollari. Molto al di sotto, quindi, degli standard europei e spesso anche italiani».
Le piacerebbe diventare l'ambasciatore del Napoli negli Emirati e non solo?
«Non mi tirerei indietro, questo è certo. Napoli è la mia città, il Napoli la mia squadra e il capitano di quella squadra è mio fratello. E poi, il mio nome e la mia faccia l'ho sempre messa a disposizione di Napoli. Io e Ciro Ferrara abbiamo creato anche una fondazione. Questo che vuol dire? Vuol dire che se Napoli o il Napoli dovessero aver bisogno di me, potrebbero contarci ad occhi chiusi».
Già, il Napoli. Dal mare di Dubai che Napoli si vede?
«Un bel Napoli. Mi piace. Mi intriga. Una crescita costante, la sua. Sta facendo davvero grandi cose».
FONTE: CORRIEREDELLOSPORT.IT

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di Redazione
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