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Gentile: "Anche con i test il rischio rimane"


Gentile: 'Anche con i test il rischio rimane'
15/04/2012, 10:04

Morire in campo. Morire giovani. «Resto sempre sgomento quando un ragazzo di 26 anni muore così drammaticamente». A parlare è il professor Federico Gentile, napoletano, componente della prestigiosa task force dell’American College of Cardiology, una delle più importanti società scientifiche al mondo, cardiologo del Napoli di Maradona dal 1982 al 1991 prima di trasferirsi negli Usa.

Professor Gentile, cosa può essere successo? «Se non ha avuto una emorragia da trauma cranico o da aneurisma celebrale, le ipotesi sono diverse: una cardiomiopatia ipertrofica oppure una malattia delle valvole cardiache come una stenosi valvolare aortica , forme congenite facilmente individuabili con ecocardio doppler e quindi molto poco probabile trattandosi di atleta sotto controllo».

E allora? «Le ipotesi più probabili sono una anomalia congenita delle coronarie, oppure un arresto cardiaco dovuto ad aritmie maligne (sindrome del QT lungo, che talora all’ECG di base può essere borderline o addirittura normale e quindi non identificabile), una tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica. O ancora una Sindrome di Brugada che in una piccola percentuale di casi può non essere identificata all’ECG, ed altre malattie fortunatamente non frequenti, molto subdole come una forma frusta di Displasia Aritmogena del Ventricolo destro che talora può non essere diagnosticata con gli usuali esami di screening pre-agonistico».

Non è che si gioca o ci si allena troppo nello sport moderno? «Se il soggetto ha un cuore sano e non ha anomalie, può sopportare gli stress fisici a 26 anni. A 45 anni sarebbe diverso. Ma è ovvio che prima bisogna attendere l’autopsia».

Come è possibile che venga colpito un professionista? «Ci sono delle patologie cardio-vascolari rare e molto subdole che decorrono in modo asintomatico, e che talora ripeto e sottolineo possono non essere identificabili con i test utilizzati per l’idoneità agonistica. Prima di dare la “caccia all’untore” bisogna attendere i risultati dell’autopsia. Desidero inoltre sottolineare che in Italia gli screening cardiaci sugli sportivi sono i fra migliori al mondo».

Che cosa si può fare, allora, per rendere più rare queste tragedie? «Da trent’anni in Italia la medicina dello sport tutela l’attività sportiva di tipo agonistico. Si possono fare più esami, trovare più patologie, ma non si possono azzerare gli eventi fatali».

FONTE: IL MATTINO

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di Luigi Russo Spena
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