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IL CIUCCIO CHE VOLA

L' irrealista


L' irrealista
22/03/2011, 15:03

Questo articolo, come ogni settimana, doveva essere pubblicato lunedì, ma domenica sera sono andato a vedere la partita allo stadio e solo mezz’ora fa mi sono scongelato.

Insieme ad altri due malati di azzurrite cronica e ad uno juventino in fase di conversione, siamo andati in tribuna Posillipo e, caso ha voluto, che capitassimo sull’ultima gradinata, con Eolo che ci ha sbuffato dietro le spalle per tutta la partita, e in particolare durante un primo tempo abbastanza sonnacchioso. Meno sei non sembrava solo la distanza dal Milan… Un vento freddo, inconsueto per  la vigilia di Primavera, penetrava nelle ossa, attraversando anche le sciarpe azzurre.

Alla fine del primo tempo eravamo immobili come quattro calippi. Gennaro, lo juventino pentito, pensava che manco al delle Alpi di Torino aveva mai preso tanto freddo. Davide cercava di sdrammatizzare dicendo che si respirava già aria di Champions e che gli sembrava di stare sullo stadio dello Spartak Mosca. Raffaele, il più giovane della truppa, ha corso sul posto per tutto il primo tempo cercando di riscaldarsi, arrivando all’intervallo più stanco di Lavezzi. Io, che personalmente ho sempre odiato i cappelli e sono astemio, avrei tanto desiderato un colbacco e una bottiglia di vodka.

Addirittura Mazzarri ha rinunciato al solito spogliarello, rimanendo per tutta la partita col giaccone di pelle di pinguino. Donadoni, invece, coerente con se stesso è riuscito a dormire in piedi come un pupazzo di neve, non accorgendosi neppure del rigore netto a favore della sua squadra non visto dall’arbitro.

L’unica protesta di Donadoni risale al minuto quarantotto, allorquando un boato terrificante lo faceva saltare dal sonno dopo la trasformazione del rigore di Cavani, concesso per l’atterraggio di Lavezzi dopo una splendida triangolazione con Hamsik.

Ma, nel mentre protestava accesamente con il quarto uomo, Donadoni si riaddormentava in piedi, e veniva trasportato in panchina da Nenè, che gli cantava la ninna nanna e gli rimboccava le coperte.

Pochi minuti dopo Donadoni nemmeno si accorgeva che la sua squadra aveva pareggiato, così come neppure la distratta difesa partenopea, che fortunatamente resisteva fino a consentire a Morgan De Sanctis di battere il risalente record del giaguaro Castellini, sfiorando gli ottocento minuti di imbattibilità casalinga.

Il goal del Cagliari provocava un’altra colica a Mazzarri, che non riesce ancora a spiegarsi come si fa a subire un goal da uno che si chiama Acquafresca…

Al sessantesimo minuto, Eolo continuava a sbuffare dietro le nostre spalle e noi avevamo ormai preso una broncopolmonite galoppante a testa, ma Cavani – al quale il 97% circa dei napoletani vuole più bene che alla propria moglie – con un pallonetto magico faceva ribollire la lava nelle vene al Vesuvio e a tutti i napoletani. Senza pensare alle conseguenze, abbraccio lo stalattitico Davide e gli stacco involontariamente una spalla, che si era ibernata durante l’intervallo.

Anche Cavani, con quel goal, ha raggiunto un record che risale addirittura agli anni trenta, stabilito dal bomber Vojak, e ha ancora otto giornate per superarlo…

Donadoni, saltato dal sonno nuovamente, cercava di fare il miracolo facendo alzare Lazzari dalla panchina, ma sembra che il destino quest’anno sia più azzurro che mai, e anche il tabù Cagliari quest’anno doveva cadere, sia al S.Elia che al San Paolo.

Al fischio finale dell’arbitro, che da lassù manco ho capito chi fosse, mi veniva da piangere.

Io non dico niente, per carità. Siamo napoletani e la scaramanzia è una scienza esatta, quindi per tutta Napoli e provincia non sentirete pronunciare quella parola fino al novantasettesimo minuto dell’ultima giornata.

Ma, guardando la classifica sul tabellone luminoso invisibile del San Paolo, a me mi veniva da piangere.

Mentre guardavo la classifica pensavo a quante partite abbiamo vinto al novantatreesimo, al novantaquattresimo, al novantasettesimo e mi chiedevo se poteva essere solo frutto del caso.

Guardavo il tabellone luminoso che mostrava il calendario delle ultime partite e mi chiedevo se poteva essere un caso che l’Inter dovesse venire a Napoli alla penultima giornata, e che all’ultima dobbiamo andare a Torino.

Imma ginavo già gli sfottò dei napoletani che a Torino cantavano agli juventini: “Resterete, resterete, resterete in serie A”. Ma per pura compassione per una Vecchia Signora i cui sostenitori domenica hanno cantato: “Torneremo, torneremo, torneremo in serie B”.

Mi chiedevo se tutte queste coincidenze non fossero frutto di un disegno inesplicabile, che spesso si avvera nell’anno dopo i mondiali.

Mi chiedevo se la potenza delle mie bestemmie contro il Diavolo avessero efficacia solo per le partite con Bari e Palermo oppure se potessero arrivare alle estreme conseguenze.

Pensavo anche che anche la qualificazione dell’Inter ai danni del Bayern, che in teoria poteva segnare cinque goal ai milanesi, non fosse casuale, così come non lo saranno le qualificazioni fino alla finale, sempre dopo combattuti e dispendiosi tempi supplementari.

Lo sguardo degli irrealisti come me è ancora fisso su quel tabellone luminoso che al San Paolo manca da anni, e che ora segna meno tre dal Milan.

A meno tre fa molto meno freddo.

A Napoli, a meno tre fa caldo, fa caldissimo. E l’entusiasmo della gente e la fame della squadra composta da giovani determinati, vogliosi e pieni di energie accenderà il campionato fino all’ultimo secondo dell’ultima giornata.

Comunque vada a finire, squadra, società e pubblico usciranno tra gli applausi. Noi lo sappiamo come andrà a finire. Tutti noi lo sappiamo. Ma, per carità, non dite niente a nessuno…


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di Gianni Puca
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