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L'EDITORIALE

La fine di Totti


La fine di Totti
06/05/2010, 11:05

Ancora oggi a noi napoletani viene rinfacciata la condotta fuori dal campo del Capitano degli scudetti, il piccolo grandissimo argentino che senza alcun dubbio è stato il massimo calciatore di tutti i tempi. Non avendo altro da dire, non potendone contestare la classe immensa e l’attitudine del condottiero, e neanche l’estrema correttezza in campo verso compagni, avversari e arbitri dai quali era uniformemente stimato e rispettato.
Ci chiediamo cosa sarà riservato ai tifosi della Roma, dopo l’indegno spettacolo offerto ieri dalla loro compagine e dal capitano. Con la “c” molto, molto minuscola.
E’ sotto gli occhi di tutti la sfera di impunità di cui gode da anni la squadra giallorossa e tutto ciò che la circonda: i tifosi a migliaia seguono i beniamini in trasferta, mettendo a ferro e fuoco stazioni, treni, parcheggi e autogrill senza che gli organi federali, così giustamente intransigenti e rigidi con tutti gli altri, emettano nei loro confronti alcuna sanzione. Da ultimi i disordini del dopo derby, un’occasione diventata irrinunciabile per esibire mazze e coltelli e mettere allegramente a soqquadro la Capitale.
Dopo essersi ipocritamente scandalizzati per l’atteggiamento dei laziali nella partita con l’Inter, pur francamente disgustoso anche agli occhi del mondo, i tifosi della Roma hanno ieri affrontato la finale della coppa Italia. Questa partita, come giustamente ma molto tardivamente rilevato dall’abile Mourinho, viene disputata sempre in casa di una delle due dominatrici del calcio italiano anziché, come sarebbe giusto, in campo neutro: e va bene. Prima dell’inizio gli altoparlanti sparano a pieni decibel l’inno della Roma: e va bene. Solo uno spicchio dello stadio, dominato dalla massa urlante costituita da una delle torcide più esagitate del pianeta, viene riservato agli interisti: e va bene.
Quella che non va bene è la caccia all’uomo che si configura, da parte dei giocatori giallorossi, fin dai primi minuti: il tempo necessario a rendersi conto di essere manifestamente inferiori agli avversari e di non poter opporre nessuna risposta tecnica allo strapotere dei nerazzurri, che pure perdono il proprio miglior uomo, Snejider, dopo pochi secondi. Pugni, calci, entrate a piedi uniti, costanti provocazioni tollerate dall’imbarazzante e imbarazzato arbitro Rizzoli. Nel silenzio attonito di telecronista e commentatore, inviati da un’azienda che si dice pubblica e che invece ha una vergognosa connotazione romana e romanista, come molta carta stampata che l’indomani glisserà colpevolmente sulla maggior parte degli episodi di violenza in campo.
La partita evolve verso la logica conclusione, una vittoria chiara ed evidente della squadra (assai) più forte. Finché.
Finché accade qualcosa che a nostro personale avviso dovrebbe avere risvolti penali, anche gravi. Totti, entrato nel secondo tempo per cercare di recuperare il risultato, aveva già mostrato il progresso del suo nervosismo assumendo il solito atteggiamento irritato e irritante, provocatorio e disturbato. L’abbiamo visto in passato sputare su avversari, colpire col gomito e con la testa, scalciare da terra e rotolarsi al suolo senza essere stato nemmeno sfiorato; l’abbiamo visto insolentire gli arbitri impunemente, strattonarli, spintonarli; l’abbiamo visto rifiutare la nazionale e rilasciare interviste irridenti e insultanti. Ma non avevamo ancora mai visto fare, né da lui né da altri, quello che ha fatto al novantesimo minuto quando ha proditoriamente e vigliaccamente sferrato da tergo un calcione sul ginocchio di Balotelli che avrebbe potuto stroncare sul nascere la carriera al giovane talento italiano: per punire la colpa di essere più forte e più giovane, e di non riuscire a sradicargli dai piedi il pallone con mezzi leciti.
Siamo i primi a ritenere che superMario abbia un pessimo carattere e sia un provocatore: forse è il Totti del terzo millennio. Ma nel gesto assurdo del capitano giallorosso non c’era una caduta in un tranello, né la reazione istintiva a una parola o a una risata; c’era tutta la frustrazione di una carriera finita, di un’ultima vittoria che sfugge tra le dita come sabbia; c’era la sofferenza di un campione non più risolutivo, tollerato e temuto per quanto ha fatto ma che sa benissimo di non essere più in grado di rinnovare o replicare. Il tutto nel cuore e nell’anima di un uomo profondamente incolto, privo dei valori sportivi che una fascia di capitano dovrebbe portare incorporati.
Guardando attoniti quello che abbiamo visto ieri sera, abbiamo capito che quello era in fondo il degno capitano di una tifoseria che, fatte salve le ovvie e rispettabilissime eccezioni, si distingue spesso per le proprie malefatte; lo stesso uomo che col proprio gesto sfottorio irresponsabile, al termine dell’incontro con la Lazio, aveva consapevolmente incitato gli animi alla guerriglia urbana.
Essere un campione non significa saper calciare il pallone mirabilmente, e non è nemmeno necessario essere irreprensibili e nobili nella propria vita privata: è sufficiente essere leale, con compagni e avversari, e ricordarsi degli effetti che i propri gesti in campo possono avere. Diego lo era, sempre e comunque. Il suo ricordo è sacro non solo per noi, che abbiamo avuto l’immensa fortuna di tifare per lui, ma anche per tutti quelli che hanno amato, amano e ameranno il gioco più bello del mondo.
Il piccolo signor Totti, che ieri è uscito bestemmiando e sconfitto come uomo prima che come calciatore, non è degno nemmeno di allacciargli gli scarpini.

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di Pensiero Azzurro
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