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IL CIUCCIO CHE VOLA

La Partita infinita


La Partita infinita
22/05/2011, 12:05

 

  Juve - Napoli 
Tratta dal libro "L'eleganza del ciuccio". Di Gianni Puca. Boopen Led edizioni
 
“Papà, papà, voglio ‘a maglietta, voglio ‘a maglietta”, grida Gennarino, tirando il padre verso una bancarella. “Certo, bello ‘a papà, quale vuoi?”, risponde Giovanni ricordando la prima maglietta che suo padre gli regalò quando aveva anche lui cinque anni. “Quella, papà, voglio quella”. L’uomo, devastato come un dongiovanni che scopre di avere un figlio gay, cerca di mantenere la calma. “È ancora piccolo…”, pensa tra sé, e cerca di riportarlo sulla retta via: ““No, ‘a papà, quella è cacca…”! “No, voglio quella, voglio quella”, insiste Gennarino, puntando i piedi a terra. “Quella mammà me lo diceva sempre che non mi dovevo sposare con una straniera, e tra l’altro di Torino”, pensa Giovanni. “Ma che devi fare ‘a papà con questa maglietta? È tutta bianca e nera… Vedi questa quant’è bella, tutta azzurra”! Ma il bambino continua a piangere e insiste. Giovanni, a malincuore, per la prima volta in cinque anni, pensa che i bambini non debbono averla sempre vinta e che quando chiedono cose assurde bisogna pure farli piangere!
Con il cuore in lacrime, Giovanni porta Gennarino dal nonno e gli racconta l’accaduto. Il povero padre non riesce a darsi pace: “Non è possibile, non è possibile, perché proprio a me? Un figlio juventino no! Questa disgrazia non doveva capitare proprio a me. E non dirmi che ci sono cose peggiori nella vita, papà. Lo sai pure tu che non è vero. Non c’è niente di peggio per un napoletano che avere un figlio juventino”. “E vabè, ‘a papà, chillo è piccerillo ancora, nun te preoccupa’, io sono sicuro che crescendo guarisce”, cerca di rassicurarlo il nonno, asciugando la tristezza che scorre a fiumi dai suoi occhi. Nonno Gennaro invita il nipotino a sedersi vicino a lui sul divano. “Gennarì, bello d’’o nonno, mò ti racconto una storia, te ne ho raccontate tante da quando sei nato, ma questa è la favola più bella che io ti racconterò. C’era una volta Diego Armando Maradona…”.
Gennarino, solo a sentire questo nome, chiude gli occhi e comincia a sognare. Quel nome fa lo stesso effetto anche al papà e al nonno. Per i napoletani di qualsiasi generazione, Maradona è sinonimo di Sogno, e tutti e tre i rappresentanti di tre diverse generazioni, si ritrovano uno in braccio all’altro sul divano azzurro, e vengono rapiti dallo stesso Sogno, che è per metà in bianco e nero e per metà tutto azzurro! In verità, più che un sogno, all’inizio sembra un incubo. Tutto comincia con un pallone che scende dall’alto dell’inferno e cade lentamente in prossimità di uno dei calciatori più scarsi della storia del calcio. Uno che in vita sua non aveva mai segnato neppure a biliardino e a subbuteo. Ma nei sogni e negli incubi possono accadere anche cose scientificamente inspiegabili, e così Pasquale Bruno, un terzino con i piedi montati al contrario, calcia a volo da distanza siderale e fredda il cuore di tutti i sognatori azzurri che si erano sintonizzati sulle frequenze di quel sogno. La Juve, come spesso purtroppo accade nella realtà, anche nel sogno passa in vantaggio. Gennarino esulta. Il papà e il nonno sono disperati sia per il vantaggio del nemico, sia perché stanno allevando un piccolo juventino in famiglia.
Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, nell’area juventina, ciascun difensore bianconero commette fallo su un napoletano. L’arbitro, scorge in tribuna l’avvenente moglie di Furino ed emette un fischio di approvazione. Tutti pensano abbia concesso il calcio di rigore. Nel mentre l’arbitro è ancora distratto, l’oriundo Altafini, costoso acquisto del Napoli, dagli undici metri ristabilisce la parità. I tifosi napoletani non riescono manco ad esultare, perché non riescono a credere che abbiano assegnato un rigore al Napoli a Torino.
L’arbitro si rende conto di averla fatta grossa e corre in bagno. Moggi lo chiude a chiavi nello spogliatoio e manda in campo al suo posto Marchionne, un dirigente della Fiat in cassa integrazione. Appena entrato in campo, la giacchetta bianconera assegna un calcio di rigore alla Juve, per un fallo di Caricola su Juliano a centrocampo. Lo stesso arbitro trasforma dal dischetto.
Dopo pochi minuti, l’arbitro abusivo assegna un rigore alla Juve per un presunto fallo di mano di Garella, che notoriamente mai nella sua carriera ha toccato un pallone con le mani e se pure fosse, almeno da distinta risulta un portiere. L’arbitro, dopo aver messo a segno la doppietta, si toglie la maglia e corre sotto la curva ad esultare. Sotto la giacchetta bianconera esce una tuta da metalmeccanico con su scritta una dedica per il suo datore di lavoro. “FIAT VOLUNTAS TUA!”. Il guardalinee lo ammonisce. Sivori, che - prima di passare al Napoli - per anni ha assistito dall’interno a certe dinamiche, va sotto la tribuna e rivolge un gesto eloquente al suo ex Presidente, strofinando i polpastrelli del pollice con quello del dito medio della mano sinistra. L’arbitro lo espelle e fischia la fine del primo tempo.
Nell’intervallo, Altafini viene clamorosamente ceduto alla Juve e cambia maglia durante la stessa partita. Il traditore, considerata l’età avanzata e il freddo pungente, indossa la maglia numero 71 bianconera su quella azzurra e si accomoda in panchina accanto al braciere.
Nelle file del Napoli, che è in inferiorità numerica non solo per l’espulsione di Sivori, si riscalda un altro campione argentino. Diego Armando Maradona, durante l’intervallo comincia a palleggiare con qualsiasi cosa. Comincia con palloni, limoni e arance, passando poi a palleggiare con barattoli di aranciata e di lemonsoda. Uno potrebbe pensare: “Vabè, in un sogno tutto è possibile”. Ma il fatto è che nella realtà, Lui riesce a fare ciò che neppure nei sogni si riesce a fare”!
Sugli spalti, intanto, uno sparuto gruppo di esagitati tifosi bianconeri si avvicina al settore ospiti, in cui ci sono sei milioni di malati, e cominciano ad inveire in juventino stretto. A capo degli scalmanati, vi è un giovane dal fisico curvilineo, il volto cereo, gli occhi spiritati e con pochi capelli nerissimi inutilmente sparsi sulla testa. Gianlapo, detto il gobbo, cerca di fronteggiare l’incontenibile tifo azzurro. Lui che, anche grazie a certificati medici falsi, non ha svolto il servizio militare, compone la canzone “Il riformato innamorato”, e subito dopo tutta la curva bianconera la adotta come inno juventino. Al di là della recinzione, Palummella - capo storico del tifo azzurro – organizza delle originalissime coreografie, e spostando di posto i tifosi che indossano maglie azzurre e bianche, compone uno striscione umano, che recita: “Meglio un giorno da leoni che cento da Agnelli”. Gianlapo, per darsi un tono, mastica un chewingum al lipopill e creatina. I napoletani creano nuove colorate coreografie, sventolando nell’aire i termos pieni di cibo e di sogni altrettanto caldi. Intanto le squadre rientrano in campo. La strada del Ciuccio è in salita e appare disperata, ma i napoletani, da sempre, hanno creduto che prima o poi il Ciuccio avrebbe imparato a volare.
All’inizio del secondo tempo, l’arbitro – che negli spogliatoi ha visto la moviola e si è reso conto delle proprie scandalose decisioni – a titolo di contentino assegna un calcio di punizione in area a favore del Napoli. Ma, per evitare problemi, schiera la barriera bianconera a cinque metri dal punto di battuta. Bruscolotti protesta con l’arbitro, sarebbe tentato di mettergli una bomba sotto la Ritmo. Ma Maradona, al quale aveva ceduto signorilmente la fascia di capitano, lo tranquillizza e gli dice: “Tanto lo segno lo stesso”. Secondo gli esperti di balistica, quel pallone aveva le stesse possibilità di entrare in porta che avrebbe il Monte Bianco di entrare nello sgabuzzino di Maometto. Ma anche la balistica è un opinione quando si ha a che fare con la Fantascienza. E così Maradona, prende una rincorsa breve, calcia praticamente con il tallone, e quel tiro sinistro del metafisico argentino scavalca ogni principio della fisica e si infila sotto la traversa, con il palo che abbraccia il portiere per rincuorarlo.
L’arbitro assegna un corner al Napoli. Tra nebbia e fumogeni, dalla bandierina spiove al centro una speranza. In area tutto è avvolto dalla foschia, solo una maglia azzurra numero nove si distingue tra le sagome e la speranza scende lentamente nella sua direzione. In quell’attimo eterno, la maglia azzurra ripercorre anni di schiaffi presi dal nemico più odiato, di calci presi nel sedere, di urla di gioia soffocate in gola. E pensa che quella speranza deve essere indirizzata al suo posto. All’incrocio dei pali. Sa bene che se fa qualsiasi cosa diversa dal calciare al volo, la speranza si perderà nella nebbia. E così chiude gli occhi, anche se non ce ne sarebbe bisogno, e calcia al volo, con tutta la forza che ha. Il pallone, nel momento in cui sfonda la porta bianconera, emette un suono inconfondibile, e anche se la maggior parte dei tifosi napoletani neppure vede cosa accade, lo sente, e così il popolo azzurro sente che l’ora della Liberazione dal nemico è vicina.
Il novantesimo è quasi alle porte quando Careca comincia a palleggiare in faccia agli avversari a centrocampo e serve Romano che lo lancia in contropiede. Careca supera sullo scatto Manfredonia, Galia, Cuccureddu e Andrade, scavalca Tacconi con un pallonetto, ma il maledetto Brio respinge sulla linea. Ma Careca stoppa di petto e con una bomba fa saltare in area la supponenza bianconera! Il Napoli sarebbe in vantaggio, ma l’arbitro dimentica di annotare il goal di Careca sul cartellino, e quello che conta è il referto arbitrale, che sicuramente sarà oggetto di discussione su tutti i giornali così come il referto medico dell’arbitro stesso, che adotta l’ennesima decisione ortopedicamente sconveniente.
A bordo campo, si riscaldano i due traditori storici: Altafini e Quagliarella. Il secondo inciampa in una bestemmia e viene trasportato all’ospedale Incurabili. Entra Altafini, che giusto il tempo che la badante lo accompagni nell’area partenopea e, con un tocco ingrato come il suo cuore, spezza quello dei napoletani, che in tempo reale gli dedicano una canzone amara come il tradimento più doloroso. Se vi tradisce vostra moglie, pazienza, uno se ne fa una ragione e si trova un’altra donna. Ma essere traditi dal centravanti che avete tanto amato è infinitamente più doloroso! Mai nella storia del tifo napoletano, i partenopei sono stati così tristi. Quella canzone, core ‘ngrato, condensa in pochi versi il dolore dell’intero popolo napoletano: “Core ‘ngrato, t’haje pigliato ‘a vita mia…”, dice la parte più toccante della canzone. E il sogno principale della vita del 99,9% dei napoletani è quello di vedere uno scudetto della propria squadra del cuore. Molti sono morti senza aver mai assaporato quella Gioia, o almeno così crediamo, sebbene una secca smentita è apparsa sulle mura dei cimiteri cittadini.
L’arbitro prova a decretare la fine della partita, ma Salvatore Bagni lo ferma in tackle facendogli perdere il fischietto nella nebbia.
La partita prosegue all’infinito. Se fosse in azione un cronometro, saremmo certamente oltre il secondo tempo supplementare quando Careca si invola sulla destra trascinandosi dietro schiere di terzini bianconeri impotenti. Tutti guardano l’arbitro, che ancora è alla ricerca del fischietto perduto. Prova a fischiare senza, portandosi pollice e indice alla bocca alla Trapattoni, ma non lo sente nessuno. Il pallone piove al centro, centinaia di maglie bianconere provano ad affossare le antagoniste maglie azzurre. Ma Alessandro Renica, un difensore che in un’altra vita è stato senz’altro un fenicottero, si libra nell’aire e con una capocciata provvidenziale impatta il pallone, che rimbalza davanti al portiere e lo scavalca andandosi ad infilare in rete, spinto dall’urlo di milioni di increduli tifosi azzurri. Gianlapo, intanto, dopo aver ingurgitato un pacchetto di zigulì al gusto di E.P.O. (che sarebbe un acronimo che sta per Elah al gusto di Patate e Ossobuco) viene colto da malore e trasportato d’urgenza all’ospedale “Qui in genere si crepa”, dove gli viene diagnosticata la cosiddetta “sindrome di Alocriga” che lo fa correre anche mentre dorme fin quando la dose fa effetto, facendolo stramazzare successivamente al suolo.
L’arbitro concede qualche attimo di recupero supplementare, certo che la Juve possa riportarsi in vantaggio. Ma è il Napoli ad avere ancora più energie, grazie anche alla straordinaria preparazione atletica effettuata dal preparatore Pondrelli. Ed ecco che Lavezzi lancia in contropiede Datolo, l’ottavo nano creato da Walt Disney solo per quella singola pagina della favola. L’argentino vola sulla sinistra, superando in successione Gentile, Favero, Thuram, Kohler, Boumsong e Grygera, crossa al centro per il puntuale intervento di un difensore juventino, che serve un assist perfetto per Marek Hamsik, nato come per magia da un caloroso abbraccio tra Salvatore Bagni e Ciccio Romano. Lo slovacco con un tiro preciso come uno schiaffo in pieno volto, capovolge in maniera definitiva anni di storia.
Cavani, che intanto era stato espulso per essersi complimentato con l’arbitro per la giacchetta bianconera, lancia un urlo bestiale dalla tribuna. Presidente, allenatore, giocatori e tifosi diventano un solo urlo!
Intanto la banda di Fuorigrotta fa il giro di campo, camminando a passo di marcia sui resti bianconeri, e in mondovisione suona la musichetta della Champions!
Intanto il papà e il nonno di Gennarino si svegliano. Il bambino sogna ancora, ma nel sonno canta: “Olè olè olè olè… Pochoooo… Pochoooo”.
Il papà e il nonno si abbracciano, piangendo di gioia.
Il bambino è guarito!  
 
 

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di Gianni Puca
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