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IL PENSIERO AZZURRO

L'eredità dell'ultima partita


L'eredità dell'ultima partita
17/05/2010, 12:05

La partita di Genova è stata commentata per lo più in quanto ultima del campionato: un’occasione per fare bilanci, per esprimere giudizi sull’intera stagione. Crediamo però che la rappresentazione andata in scena a Marassi meriti un’autonoma considerazione, perché è stata fonte di una serie di spunti interessanti per la fase di mercato che sta per aprirsi.
Primo: il Napoli ha perso. Ha perso giocando bene, a tratti molto bene; ma ha perso.
E’ una cosa successa ahimè spesso, quest’anno. In fondo il campionato era cominciato proprio così, ricordate Palermo? Questo denota una mancanza di concretezza che alla lunga può essere pericolosa, quanto e più di arbitraggi contrari che pure hanno causato una perdita di punti tale da determinare l’estromissione dalla lotta per la Champions.
Un gol si può prendere, soprattutto fuori casa; una disattenzione difensiva, il colpo di un fuoriclasse, un errore di valutazione del guardalinee. Il problema è che non è possibile tenere palla per tanto tempo, essere così incisivi sulle fasce e concretizzare così poco. Questo ci porta a chiedere: a centravanti invertiti, quale sarebbe stato il risultato di ieri? Pazzini ha avuto mezza occasione e ha fatto gol, Denis le solite tre o quattro e di reti nemmeno l’ombra. Siamo chiari: apprezziamo molto l’argentino, serio professionista e ottimo ragazzo, unico titolare della squadra nel ruolo difficile ed estenuante di prima punta; ma il centravanti ha un primario compito, quello di realizzare ciò che il resto della squadra prepara. Se ci fossero stati i dieci gol in più che era lecito aspettarsi da lui, non ci sarebbero stati arbitri che tengano e avremmo approfittato opportunamente del pessimo campionato di Juve, Fiorentina eccetera classificandoci nel Gotha del calcio italiano.
Secondo: il Napoli ha giocato senza quattro titolari, per giunta uno per reparto (un difensore, Campagnaro, un centrocampista difensivo, Gargano, un centrocampista offensivo, Hamsik, un attaccante, Lavezzi). Le quattro stelle della squadra, gli uomini di cui sembrava non potersi fare a meno. E invece se ne è fatto a meno, e diremmo anche benissimo: Cigarini ha distribuito gioco, aprendo con entrambi i piedi sugli esterni che ne hanno beneficiato eccome, Zuniga ha esibito dribbling stretti e buone coperture (pur mostrando una naturale carenza nelle conclusioni), Santacroce ha fatto vedere una ritrovata condizione atletica e Quagliarella, potendo agire da seconda punta e non da trequartista, ha liberato il tiro più volte. E al tiro sono arrivati Dossena, Maggio, Pazienza.
C’è da riflettere, non sugli uomini la cui qualità (Cigarini a parte) non all’altezza degli “originali” è piuttosto evidente, quanto sulle soluzioni di gioco. Un centrocampo più classico, che amministri più palloni e per più tempo, che non abbia solo sugli inserimenti negli spazi e in velocità le soluzioni offensive, va meglio contro le difese schierate. Otto pareggi in casa, e due sconfitte, sono state la causa di tutti i punti persi, quelli che mancano oggi alla classifica azzurra: magari con un regista (e ovviamente un centravanti prolifico) qualcosa di diverso sarebbe successo.
Queste indicazioni risultano da una partita di fine anno, senza obiettivi da raggiungere e contro una squadra forte e più che motivata dal suo pubblico: crediamo fortemente che vadano recepite. La rosa, lo abbiamo detto più volte, va integrata con tre o quattro elementi, e va anche rinnovata in molti elementi presenti e rientranti dai prestiti.
Ma terremmo anche conto di chi abbiamo in casa, nell’ottica di un utilizzo più costante: la prossima stagione non potrà certo, per il numero e l’intensità degli impegni, essere giocata con quattordici o quindici titolari, come quella appena conclusa. Cedere magari sottocosto gente come Datolo e Cigarini, per i quali si è pagato un prezzo forse troppo alto, recependo la loro giusta volontà di giocare, potrebbe essere un fatale errore: siamo sicuri che reperiremmo facilmente sul mercato risorse di pari valore?

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di Maurizio de Giovanni
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