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IL CIUCCIO CHE VOLA

L'inno di Handel


L'inno di Handel
17/05/2011, 10:05

Il fair play per una volta è stato protagonista assoluto in una partita di calcio. Eppure era una sfida importantissima, si lottava per il titolo di vice campione d’Italia. In gare come questa ci si aspettano almeno una ventina di feriti in campo, sganassoni tra dirigenti e lanci di ciclomotori dagli spalti, e invece no… I calciatori mostravano un aplomb da giocatori di cricket e il pubblico partenopeo sembrava più inglese di quello dell’Old Trafford. I rispettivi direttori sportivi si scambiavano le figurine, mentre gli allenatori si facevano i complimenti per i vestiti nuovi.

Aronica, sebbene l’ora del tè fosse passata da un po’, offriva frollini danesi al burro al goloso Eto’o, che – per smentire quelli che dicevano sarebbe finita zero a zero - portava in vantaggio l’Inter, con il pubblico partenopeo che bestemmiava compostamente in inglese. I difensori nerazzurri ricambiavano con insolita cortesia, mettendo sul tavolo un vassoio di pepparkakor e di kanelbullar, tipici biscottini svedesi allo zenzero e alla cannella. Al goal di Zuniga, sempre in modo molto composto, le gradinate del San Paolo saltellavano e cantavano “chi non salta è bianconero”. 

Più di una volta, durante la partita, i calciatori mettevano fuori il pallone per consentire sostituzioni di avversari nonostante non avessero arti penzolanti e neppure manifestavano copiose perdite di sangue.

Il brasiliano Maicon, al momento della sostituzione di Zuniga, lo abbracciava  complimentandosi per il goal, e il colombiano si congratulava per il palo, che ancora stava tremando. Cambiasso, nell’uscire dal campo, applaudiva la tribuna dei napoletani e la tribuna gli tributava una standing ovation.

Addirittura Zanetti soccorreva Aronica che accusava crampi tattici quando mancava ancora un’ora alla fine e Nagatomo, in attesa della barella, gli raccontava barzellette giapponesi, con sottotitoli in palermitano.

Ma le squadre, contrariamente a quanto sostenuto dallo stesso pallone, hanno giocato una partita vera, sebbene molto tattica. Una partita che poteva finire con qualsiasi risultato: 1-1, 2-2, 3-3. Forse anche 4-4... Ma giammai 0-0!

I soliti maliziosi di mentalità scandinava hanno insinuato sospetti assolutamente incompatibili con il costume italiano. Tra danesi e svedesi è certamente più facile addivenire a certi gentleman agreement, appartenendo i due popoli a ceppi linguistici affini. Ma come si fa a spiegare ad una squadra composta da giocatori di trentasei nazioni diverse, di dodici ceppi linguistici diversi, il concetto di “biscotto”? In Camerun, ad esempio, i biscotti non si usano. E a quanto pare neppure in Sudamerica. E il palo ne è testimone. Milito e Maicon hanno fatto saltare le coronarie a sei milioni di napoletani, dei quali almeno l’80% si erano giocati stipendi, pensioni e mogli sul pareggio e sull’accesso diretto del Napoli in Champions.

Ma come si fa a dubitare di due squadre che fanno tutto il necessario per raggiungere il proprio obiettivo e di fatto lo raggiungono? Nessuno ha regalato niente all’avversario, un punto serviva all’Inter e uno serviva al Napoli e lo hanno conquistato. Sul tavolo ce n’erano tre, ma il resto è mancia…

Il triplice fischio di De Marco decretava la fine della partita e l’inizio dello spettacolo. Sugli spalti. Freddy Mercury intonava “ ‘O surdato ‘nnammurato” e subito dopo Sal Da Vinci cantava “We are in Champions”. Gli ottantamila del San Paolo piangevano e si abbracciavano. Ma il momento più emozionante è stato quando ho visto un perfetto sconosciuto con un occhio di vetro piangere come una finestra durante un temporale estivo. La cosa miracolosa è che non piangeva con l’occhio verde, quello buono. Le lacrime scendevano miracolosamente dall’occhio azzurro, quello di vetro!

Lo guardavo negli occhi, se così si può dire, e non credevo ai miei. Ma a Napoli può capitare anche questo. A inizio campionato, secondo gli esperti, il Napoli aveva le stesse possibilità di andare in Champions di quelle che aveva un cammello cieco di passare nella cruna di un ago perso nel pagliaio. E chiunque avesse detto che Zuniga avrebbe segnato il goal decisivo per la l’accesso diretto sarebbe stato interdetto senza neppure la nomina di un ctu. E invece siamo qui a cantare e a piangere. Ci sentiremmo tanti fessi se non fossimo napoletani. Piangere per una partita di pallone, in qualsiasi altra parte del mondo, è una cosa abbastanza insensata. Ma a Napoli no.  Essere tifosi del Napoli non è come essere tifosi della Juve, dell’Inter o dell’Atalanta. Qua a Napoli se chiedete ad un bambino cosa voglia fare da grande, non vi risponderà l’avvocato, l’ingegnere o l’astrofisico, no. Vi risponderà che vuole fare il mediano, il centravanti, il fluidificante, o nella peggiore delle ipotesi il capo ultrà. Se oggi chiedete ad un napoletano qualsiasi qual è il suo compositore preferito, non vi dirà Beethoven, Chopin o Mozat, no. A Napoli da qualche giorno sono tutti pazzi per Georg Friedrich Händel, l’autore dell’inno composto, secondo alcuni, in onore di Giorgio II di Gran Bretagna nel 1727, e che viene cantato ad ogni incoronazione di un monarca britannico. “Zadok the priest” è attualmente il singolo più venduto dagli ambulanti napoletani, che in pochi giorni ne hanno venduto milioni di copie masterizzate… Ora a Napoli utilizzano tutti come suonerie del cellulare il capolavoro del compositore sassone. La gente ormai si telefona pure quando sta a due metri per sentire la musichetta della Champions. E pure le sveglie napoletane ormai non hanno più quel fastidiosissimo trillo che faceva saltare dal sonno. Gli operai napoletani ora  continuano a sognare anche quando si svegliano alle cinque di mattina. E anche sui cantieri ormai non si attinge più solo al repertorio dei classici napoletani, e i mandolini e le chitarre sono stati rimpiazzati da oboe, archi e fagotti.

E, non ci crederete, ma Gaitano, il pittore che mi sta dipingendo la stanza d’azzurro, con stelle che brillano intorno al televisore, anziché la solita “Maria Marì”, stamattina canta con la sua inflessione afragolese: “Die Meister, die Besten, les meilleurs equipes, the champioooooons”!

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di Gianni Puca
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