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Non è solo una questione di calcio

Molti napoletani preferiscono l'Argentina all'Italia


Molti napoletani preferiscono l'Argentina all'Italia
28/06/2010, 13:06

NAPOLI - La notizia può apparire clamorosa almeno per chi la valuta a prima vista, senza entrare nel merito della discussione. Moltissimi tifosi del Napoli, prima dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali, hanno scelto di sostenere l’Argentina di Diego Armando Maradona. La storia si ripete. Nessuno ha dimenticato quello che successe al San Paolo di Napoli durante i mondiali del 1990. Di fronte l’Italia e la “celeste” di Maradona. All’epoca non in veste di allenatore. Diego era in campo. Scendeva sul suo prato, nella sua città, da avversario dell’Italia. I napoletani si divisero, ma in molti cuori c’era lui. C'era solo lui. Diego Armando Maradona più forte della nazionale Italiana. Una nazionale che non ha mai tenuto in grandissima considerazione i giocatori azzurri. Nessun vittimismo, né dietrologia. E' la cronaca nuda e cruda.
La storia si è ripetuta in questi mondiali e a conti fatti, probabilmente, una valutazione è d’obbligo, almeno per i vertici del calcio di casa nostra. Innanzitutto, la Lega e la Figc devono interrogarsi su quanto la politica calcistica stia screditando lo sport più bello del mondo. Lo scandalo dei passaporti falsi, il doppiopesismo della giustizia sportiva rispetto al blasone delle squadre che ha di fronte; le retrocessioni a tavolino per le città “sgradite” al sistema mentre per le grandi squadre c’è sempre stato un trattamento riservato. La guerra ai tifosi; la tessera del tifoso sgradita al popolo dei sostenitori più accaniti. Questi sono solo alcuni spunti che hanno fatto sprofondare la Figc ai minimi storici nella scala di gradimento del popolo italiano. E chi ha subito delle ingiustizie, come i napoletani, senza tenere nulla in considerazione, con atteggiamenti spietati, ai limiti del dramma sportivo, ne tiene conto. Al Napoli fu squalificato il “San Paolo”, la società multata per uno striscione contro Carraro, individuato dai supporters come il responsabile della retrocessione in C del Napoli. Per alcuni petardi esplosi sulla pista di atletica durante un Napoli-Frosinone, fu squalificato il San Paolo. La Lega e la Federazione, in combutta con la giustizia sportiva, impedirono che la partita Napoli-Genoa si giocasse a porte aperte. Nonostante sapessero tutti che si trattasse di una giornata di sport. C’era da onorare e festeggiare il gemellaggio tra le tifoserie. Napoletani a braccetto coi cugini “grifoni”. Verdetto spietato. Partita a porte chiuse. Per non dimenticare i “non fatti” di Roma. Treno devastato mai visto da nessuno e trasferte vietate per tutto l’anno. Pugno di ferro per punire chi e che cosa nessuno lo ha mai capito. Pugno di ferro che, però, non è stato utilizzato nei confronti delle società che hanno utilizzati i passaporti falsi. Che hanno dopato i calciatori. E cosa dire delle punizioni ai danni della tifoserie più violente? Durante il derby Roma-Lazio, oltre ai petardi esplosi sul terreno di gioco, scontri dentro e fuori l’impianto tra le opposte fazioni prima, durante e dopo al gara. Una semplice multa. Nulla di più.
Il sistema nazionale ha risentito delle scelte sbagliate e scellerate dei vertici di una Lega e Federazione che concepiscono il calcio come un business e basta. Calpestando l’amore per le squadre e la passione del popolo che va allo stadio e che ama i propri colori. Tifosi che fanno sacrifici, macinano chilometri pur di seguire la propria maglia. Fanno politica sul calcio. Una pessima politica. E lo si è visto pure con “calciopoli”. Oltre alla vergognosa “triade” ed ai fatti che tutti conoscono, c’è il capitolo delle convocazioni in nazionale per favorire questo o quel club. Questo o quel procuratore, ben inseriti nel sistema o addirittura figliocci d’arte. Non manca nessuno all’appello. Tutti i grandi cognomi sono inseriti in questa squallida vicenda.
La Lega e la Federazione. Ogni male è ricondotto a questi due organismi, la cui gestione peggiora di giorno in girono. E di conseguenza, la nazionale, espressione della Figc, di questa Figc, non ha trovato aderenza in molte realtà, soprattutto a Napoli. Non rappresenta nessuno. A ciò si aggiunga l’amore di un popolo per Diego Armando Maradona ed il cerchio si chiude. Non è l’amore o la sottomissione verso chi ha scritto le pagine più belle della storia calcistica della società sportiva calcio Napoli. Tra il “pibe de oro” ed il capoluogo partenopeo c’è qualcosa di più. Molto di più. E torniamo ai tempi della corazzata azzurra che dettava legge in Italia ed in Europa. Sui campi del nord il fenomeno della Lega era agli inizi, carico di veleno razzista nei confronti dei meridionali. Spettacolo becero appena si toccavano città lombarde, venete e piemontesi. Cori e striscioni offensivi contro i napoletani. Nessuna squalifica. Per carità. A difendere l’orgoglio e la dignità partenopea ci pensò lui, Diego Armando Maradona. Non la Lega. Non la Figc. Una delle sue interviste: “Appena giochiamo al nord, le tifoserie offendono i napoletani per tutta la gara. Quando ascolto quei cori offensivi, quando li chiamano terroni mi sento sempre di più uno di loro. Quei cori mi caricano ed io riesco a dare sempre il meglio per quella che sento la mia città”. Si sentiva uno di loro. Si sente uno di loro. E' uno di loro. Ecco perché molti napoletani tifano Argentina. Tifano per Diego Armando Maradona. In campo c’è uno di loro. E bisogna aiutarlo a vincere il mondiale. Che piaccia o no.
A proposito, stadio “Olimpico” di Roma. Germania-Argentina. Finale dei campionati del mondo del 1990. I romani fischiano l’inno argentino. Sapete perché? In campo c’era con la “celeste” un “napoletano”: Diego Armando Maradona. Lo stesso napoletano che oggi deve salire sul tetto più alto del mondo da allenatore. Col sostegno del suo popolo. Quello di Napoli, s’intende…. Che piaccia oppure no, è così. Per buona pace di Lippi, delle sue scelte incomprensibili solo per chi non conosce i giochi di Palazzo e per tutti gli amanti dell’Italia. Non è una questione solo calcistica. E’molto molto di più…. Vamos…

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di Giovanni De Cicco
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