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LO SCRIVE IL CORRIERE

"Napoli ha scelto: è Lavezzi l'erede di Diego"


'Napoli ha scelto: è Lavezzi l'erede di Diego'
29/09/2011, 11:09

Ha finito l'allenamento e ha lanciato il suo messaggio al Popolo Napoletano: «Buongiorno, ieri grande vittoria, 2-0 contro una squadra difficile, speriamo di continuare su questa strada con umiltà». L’ha scritto su Twitter in due lingue: italiano e, ovviamente, spagnolo. La sintesi di Ezequiel Lavezzi su una notte Indimenticabile ma che non dovrà rimanere Unica perché, a questo punto, tutto è possibile a cominciare da quel che all'inizio, un minuto dopo il sorteggio di Nyon, appariva ai più impossibile: superare quello che Alex Ferguson, uno che di Champions se ne intende, ha definito:  «Il girone della morte». Lui, Ezequiel, interpreta perfettamente l'anima del Napoli e, in buona misura, l'anima di Napoli. Da questo punto di vista lui è veramente «l'erede» di Maradona: questione di carattere, di personalità, di feeling con una tifoseria che ritmano oggi il coro «Pocho, Pocho» sulle stesse tonalità in cui ritmavano l'altro, «Diego, Diego».
GENEROSITA' - Certo, la grandezza calcistica del Pibe è inarrivabile (persino Messi si avvicina ma non la eguaglia), però nel suo piccolo (anche fisicamente parlando, appena cinque centimetri in più rispetto a Diego) Ezequiel è l'essenza di questa squadra fatta di buoni giocatori, di ottime individualità, ma soprattutto di uno spirito collettivo che alimenta un feroce agonismo. Pocho lo vedi scattare e subito dopo arrancare stremato, infine risorgere umiliando sul breve un Gonzalo Rodriguez qualunque costringendolo al fallo da rigore, prendendogli un metro in una breve corsa di cinque: una Ferrari (che lui ama ed esibisce) contro una Cinquecento. Sacrificio e creatività, sofferenza e determinazione: è il Napoli di questo terzo Millennio, è il Napoli in cui è la media alta delle prestazioni individuali che produce la straordinarietà della prestazione collettiva. Come avrebbe detto il sontuoso Principe De Curtis, in arte Totò: «E' la somma che fa il totale». Ezequiel ne è l'emblema.
RICONOSCIMENTI - Lo hanno capito persino i commentatori spagnoli. El Pais ieri mattina ha significativamente sottolineato: «Lavezzi smonta il Villareal». Come ha detto Mazzarri: «Questi ragazzi danno tutto, in ogni partita». Il Pocho come gli altri, più degli altri. Arrivò a Napoli con due soprannomi (il vero must del calcio argentino), uno poco rassicurante: «El loco», il pazzo. Evocava l'immagine di un calciatore genio e sregolatezza, semmai più sregolatezza che genio. Lui spiegò che non gli piaceva quel nomignolo, che preferiva l'altro, Pocho,«un vezzeggiativo affettuoso». E con le sue prestazioni ha convinto tutti che quello era il soprannome giusto: ha conquistato l'affetto dei napoletani, il loro cuore. Non poteva essere altrimenti. L'altra sera quando a pochi minuti dalla fine Mazzarri lo ha richiamato in panchina, stremato, il coro si è alzato assordante: un atto d'amore che si rinnovava. Maradona è inarrivabile, eppure lui è il volto più verace di questo Napoli.
TESTIMONE - D'altro canto, se così non fosse, mai il Divino Diego gli avrebbe proposto il passaggio del testimone sotto forma di numero sulla maglia. «Ezequiel è un ragazzo speciale e un grande calciatore. Il Pocho deve giocare con la maglia numero 10 e non con quella numero 22», disse un anno fa il Pibe. E Lavezzi lo scorso gennaio raccontò: «Maradona mi ha detto di non aver paura a prendere la maglia numero 10». E' un totem, quel numero: santifica la grandezza calcistica a dispetto di una numerazione extra-large che lo ha fatto finire anche su spalle improbabili, abusive. Il Pocho è calcio antico e moderno allo stesso tempo, emozione e resistenza fisica. Di lui Inler l'altra sera ha detto: «Dà sempre il massimo. E' un animale, un grande giocatore». L’Uefa lo ha eletto «uomo della partita ».Ha smontato il Villareal: a colpi di scatti, cross e giocate al limite dell'impossibile.
FONTE: CORRIERE DELLO SPORT

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di Redazione
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