Sport / Motorsport

Commenta Stampa

Pacta sunt servanda


Pacta sunt servanda
21/08/2010, 16:08

Pacta sunt servanda diceva Eneo Domizio Ulpiano, in merito agli accordi tra due, o più parti. La celebre massima del giurista romano insegna come non ci si può liberare unilateralmente dagli obblighi assunti per contratto, perché i patti devono essere rispettati. L’antico brocardo di diritto è in questi giorni di moda anche nel mondo del motociclismo, in merito al divorzio tra Rossi e la Yamaha, e del futuro matrimonio tra il pilota italiano e la rossa di Borgo Panigale. Il tutto nasce dalla richiesta del marchigiano di poter provare la sua futura sposa, l’intrigante Desmosedici, subito dopo l’ultima gara in calendario, quella del 7 novembre sul circuito Ricardo Tormo di Valencia. La pretesa del nove volte iridato si basa sul presupposto che la Ducati ha lasciato libero Casey Stoner di poter effettuare i famigerati test sulla Honda, sua prossima moto. Per Valentino, sarebbe carino che altrettanto la Yamaha facesse con lui, perché in una fase dove il numero dei test è contingentato per ridurre i costi, sarebbe fondamentale poter dare il prima possibile le giuste indicazioni per lo sviluppo della moto. Molti, addetti ai lavori e non, chiedono il lasciapassare per Rossi, in virtù dei risultati che questi ha regalato alla casa d’Iwata. Costoro, però, dimenticano che le medaglie d’oro che il tavulliano ha raccolto nei sei anni di collaborazione con la casa giapponese, hanno da un lato raffigurato il viso del dottore, dall’altro sono impressi i tre diapason. Nel 2003 la Yamaha era vittima dei suoi errori nella stesura del programma Mission 1, come l’alimentazione a carburatori invece dell’iniezione elettronica, oppure della distribuzione a cinque valvole in luogo delle quattro adottate unanimemente dagli avversari, ovvero la cilindrata del suo quattro cilindri limitata a novecento centimetri cubici, quando le altre case impiegavano, per le proprie unità motrici, il massimo consentito dal regolamento. L’anno successivo sfruttò l’opportunità di poter ingaggiare coloro che all’epoca erano il più bravo pilota, ed i tecnici più capaci. Ad Iwata si resero conto che per vincere occorre avere il migliore pacchetto, e non badarono a spese pur di averlo nel proprio box. La Yamaha si è giovata del metodo Rossi-Burgess, ma va detto che questi hanno sempre avuto carta bianca. Rossi è stato trattato sempre con i guanti di velluto, e la Yamaha ha accontentato ogni suo desiderio, compreso la creazione del muro tra la sua squadra e quella di Lorenzo. Tanti i successi raccolti dalla casa giapponese grazie al rider nostrano, tante le gioie regalate al numero 46 grazie alla competitività della M1. Come ha ribadito lo stesso Rossi, però, anche le storie d’amore più belle, finiscono, e così si arriva ai giorni nostri. Va detto, a scanso d’equivoci, che nel motomondiale vigono leggi che con il romanticismo non hanno niente a che vedere, e sono le stesse che permettono ai suoi piloti ingaggi faraonici. Far finta di ignorarle, lo reputo ipocrita. La Yamaha, come tutte le multinazionali, obbedisce a degli interessi che sono diversi da quelli dettati dalla semplice passione. Se permetterà a Rossi di provare la Ducati prima del 31 dicembre, sarà autrice di un atto di cavalleria, ma qualora facesse rispettare il contratto fino alla naturale scadenza, non farà altro che far valere un suo sacrosanto diritto. Coloro che grideranno al reato di lesa maestà, oppure parleranno di caduta di stile, per me sbaglieranno, perché i contratti, qualunque sia il loro contenuto, vanno rispettati. Ho letto che con questa faccenda Rossi è riuscito a trasformare la Yamaha in una specie di lupo cattivo. Cattivo o buono che sia, non vorrei, però, che il lupo finisse vittima di un cacciatore furbo.

Commenta Stampa
di Alfredo Di Costanzo
Riproduzione riservata ©