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Quando Lavezzi mangiava solo pizze...


Quando Lavezzi mangiava solo pizze...
16/04/2011, 18:04

 Massimiliano Zurawski, detto Maxi, 27 anni, conosce Lavezzi sin dai tempi in cui l'inchiostro non ne aveva intriso la pelle, la barba era una peluria accennata sul viso e in pochi, pochissimi lo chiamavano Pocho. L’ex compagno di squadra racconta al Mattino i primi passi della carriera di Ezequiel. L’idolo di Napoli venne in Italia per un provino quando aveva 17 anni, ma dovette andar via. La storia di un’amicizia e di due carriere parallele. Intanto tutto pronto per la sfida con l’Udinese che potrebbe giocare senza Di Natale e Sanchez.

Maximiliano Zurawski detto Maxi, 27 anni compiuti a febbraio e la fascia di capitano dell'Arocena F.C. sul braccio sinistro, lo conosce sin da quando i tatuaggi erano appena due e per la gente era più che altro Ivàn. Sì, Maxi conosce Lavezzi sin dai tempi in cui l'inchiostro non ne aveva intriso la pelle, la barba era una peluria accennata sul viso e in pochi, pochissimi lo chiamavano Pocho. Il Pocho di Napoli e della Seleccion non era ancora esploso, e la vita era più che altro una galleria di sacrifici, sogni e pizze divorate nel bel mezzo della notte di Fermo: «Nel 2002 io ed Ezequiel siamo venuti in Italia: provammo per la Fermana, il Pescara e la Ternana, ma alla fine per una questione burocratica rientrammo in Argentina. A Rosario». Dove il destino li divise.

E qui cominciò la saga del Pocho. E allora, la storia di un’amicizia e di due carriere parallele. Nate insieme, separate ma legate dal filo dei ricordi. «Continuo ad avere contatti con Diego Lavezzi, il fratello di Ezequiel, che mi ha anche regalato la maglia del Napoli. Tra l'altro, siamo cresciuti a poca distanza: io a Coronda e lui a Villa Gobernador Galvez, nella provincia di Santa Fè». Loro due, invece, non si incontrano da quando l'attaccante è venuto a Napoli: «Quando torna a casa, tra la Nazionale e la famiglia non c'è mai tempo - spiega Maxi -: quando verrà a luglio per la Coppa America, però, lo andrò a trovare a Santa Fè e proveremo a organizzare un'amichevole tra il Coronel Aguirre, la squadra di cui è presidente Diego, e l'Arocena. Ho tantissima voglia di abbracciarlo. E magari di festeggiare un successo del Napoli: ormai sono un grande tifoso azzurro. Sapere che Ezequiel sia diventato un campione è una grande gioia, un vero onore per me. Mio fratello Matias, però, adora anche Cavani».

Il Matador, certo. Il protagonista, anzi i protagonisti di giornata sono però Ezequiel e Maxi. Che comincia a raccontare le origini: «Ci siamo conosciuti perché avevamo gli stessi procuratori, il campione del mondo dell'86, Giusti, compagno di Maradona, e l'ex idolo del Rosario Central, Esperandio: io avevo 18 anni e lui 17. Ci portarono in Italia». Dove i due arrivarono dopo un viaggio massacrante: «Quattordici ore in aereo fino a Roma, poi cinque di treno fino a Fermo: il giorno dopo giocammo in amichevole contro le riserve della prima squadra e vincemmo. Ezequiel segnò 3 gol e io 2». Da buoni amici dividevano anche la casa: «Ricordo che durante le prime tre settimane non riuscivamo a smaltire il fuso orario e i ritmi argentini, e così alle 11 di sera ci veniva una fame tremenda e uscivamo a caccia di pizzerie. Passavamo la notte a mangiare pizze enormi e a parlare». A sognare. «A volte andavamo al mare a Porto San Giorgio, magari con qualche ragazza conosciuta in piazza. Erano altri tempi». Ed era anche un altro Lavezzi: «Era flaquito y petissito». Cioè: magrolino e piccoletto. «Ma aveva una forza e una velocità incredibili. E poi, era dotato di una tecnica incredibile. Era un grandissimo tifoso del Rosario Central, e il suo idolo era Palma, il ”Negro”. Giocava con la maglia numero 7. Ma anche con la 10».

Maradona, ovviamente, era il mito di entrambi. «Sì, certo. Dopo l'Italia abbiamo vissuto insieme a Rosario e giocato nell'Olimpia, ma poi lui andò al Boca e io al Sarmiento de Junin. Poco dopo il Pocho passò al San Lorenzo, dove vinse il campionato: io ero allo stadio a tifare per lui». Oggi Maxi segue l'amico da Coronda, e nonostante sia entrato nella polizia locale continua a giocare: è il trequartista dell'Arocena, squadra della provincia di Santa Fè che milita nella lega Galvense (una lega minore). «Spero che Ezequiel abbia sempre più successo, è sempre stato un ragazzo molto generoso e molto umile. Eravamo davvero amici: anche la mia famiglia lo adora, del resto lo conosce sin da piccolo». Sin dalla prima macchina: «Un Fiat Palio, se non sbaglio, che lui comprò ai tempi del San Lorenzo: ricordo che andai a casa sua per vederla, ma il Pocho non si presentò. Aveva fatto un incidente!».
fonte:IlMattino

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di Redazione
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