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Rossi:"Il calcio italiano non mi appartiene"


Rossi:'Il calcio italiano non mi appartiene'
11/02/2011, 09:02

DI seguito l'intervista rilasciata da Giuseppe Rossi al quotidiano "la Repubblica"

Più che la storia di un mancato ritorno in patria, quella di Giuseppe Rossi è il romanzo di una continua partenza. Un viaggio lunghissimo e senza destinazione, dalle nevi del New Jersey all'autunno infinito di Manchester, dalle brume di Parma alla periferia industriale di Vila-Real. Una slot machine di volti e maglie e allenatori e compagni che cambiano a velocità furiosa, papà Ferdinando e Alex Ferguson, Claudio Ranieri e Marcello Lippi, Carlos Guarrito e Cesare Prandelli, e poi case e paesi, lingue che si mescolano tra di loro confondendo le frasi ma non le idee, l'americano prima, lo spagnolo poi, e sempre, sotto, quel che resta dell'italiano, imparato vent'anni fa dai genitori di origine abruzzese emigrati a Teaneck nella notte dei tempi. Un viaggio che adesso, dopo una partita molto più importante di quel golletto con cui Giuseppe ha salvato la nazionale-cantiere di Prandelli, racconta lui stesso, cominciando da molto lontano. "Tutto è iniziato con mio papà, nel New Jersey".

È stato il suo primo allenatore?
"Molto di più. Papà ha avuto un ruolo fondamentale per me. Se io gioco a calcio è per lui. Era originario abruzzese, di Fraine, in provincia di Chieti, e faceva l'allenatore della squadra del liceo di Teaneck, dove sono nato. Ho cominciato a giocare con lui. Ricordo le partite, gli allenamenti tutti i giorni e poi, la domenica la serie A, il Milan in tv. Quello magico di Gullit e Van Basten. Li adoravo, anche se poi tecnicamente sono cresciuto più simile a Papin, una seconda punta".

La sua scomparsa, un anno fa, cosa ha significato per lei? E' plausibile che dopo quel trauma lei sia maturato anche in campo?
"Non lo so. Ma può essere. Mia madre e mia sorella erano rimaste negli Usa, hanno la loro vita lì. Di colpo mi sono ritrovato da solo, a 23 anni. Costretto a fare cose a cui non avevo mai pensato. Niente di straordinario, per carità. Fare la spesa, pagare le bollette, cucinare, lavare i vestiti. Prima faceva tutto lui. Ogni tanto mi diceva che un giorno sarebbe toccato a me, ma io non mi aspettavo che fosse così presto..."

Da allora in campo è cambiato qualcosa?
"Be', sono maturato nell'ultimo anno. E sicuramente fuori dal campo ho imparato ad assumermi le mie responsabilità. Ma non posso dire con certezza che c'entri qualcosa la morte di mio padre. Magari sono solo cresciuto, a forza di giocare, di fare esperienza, di sbagliare. Di certo adesso sono molto più tranquillo, anche per la nazionale"

Dove non era mai riuscito a far vedere tutto quello a cui aveva abituato i tifosi del Villarreal...
"Sì, ma stavo tranquillo lo stesso. Sto lavorando bene da un po' di tempo ed ero certo che sarebbe arrivato il mio momento".

All'estero da tempo lei è considerato un "top player". Il Tottenham ha offerto per lei 35 milioni.
"Eh, quando l'ho visto su Sky sport 24 m'è preso un colpo".

Perché in Italia non la considerano?
"Non lo so e non mi interessa"

L'Inter ha preso Pazzini più o meno per la metà. Lei è il doppio più bravo? O il mercato spagnolo vale il doppio di quello italiano?
"Ma no. Nessuna delle due cose. È solo che i prezzi dei calciatori li fanno le squadre. E se una squadra decide che deve vendere per forza, il prezzo si abbassa. Nel mio caso il Villarreal ha pensato che non fosse il momento giusto di vendere".

Ma lei si rende conto che con questa valutazione farà fatica muoversi da Vila-Real? Non la spaventa l'idea di stare qui a vita?
"No, nemmeno un po'. Qui sto da dio. La squadra è ottima. Si mangia benissimo. E poi non ci posso fare niente: io gioco, gli altri fanno i prezzi".

E se qualche squadra dovesse decidere di svenarsi, di certo non sarebbe una italiana. Non ci sono i soldi. Insomma, lei in Italia non ci mette più piede, lo sa?
"Sì lo so. L'Italia è la mia seconda casa (la prima è in New Jersey ndr). E mi piacerebbe tornarci. Però non è così importante per me. Spagna, Inghilterra, Italia sono sullo stesso piano, l'importante è il progetto. Quello che voglio fare è giocare e vincere".

Lei ha giocato nei tre campionati. Perché l'Italia è in crisi?
"Perché il calcio è rimasto fermo. Sono diminuiti i soldi, e non ci sono le strutture. Le squadre che vincono sono quelle che hanno una filosofia, quindi un gioco, quindi uno sviluppo coerente delle loro strutture, dei giovani. L'Italia si deve adattare. E non lo fa. A me ad esempio, piace moltissimo mangiare alla mensa sociale. Ci sono i primavera, gli allievi, e tutti quelli che lavorano al Villarreal. Paella, pollo e patatine, menu uguale per tutti. In Italia invece separano i gruppi. Ed è sbagliato. I giovani imparano anche così. Ci vedono in tv tutte le domeniche, sui giornali, agli show e poi ci vedono a tavola con loro, e capiscono che siamo gente normale, che mangia il pollo proprio come loro. Non siamo ufo, non siamo personaggi tv, siamo calciatori, come loro, è un bel messaggio che passa. Se invece pensano che i calciatori sono solo glamour e Billionaire, allora è chiaro che appena hanno vent'anni si buttano solo su quello... E smettono anche di correre in campo".

Parliamo di Nazionale.
"Ne sono entusiasta. Prandelli mi chiama, mi trovo bene nel gruppo, gioco con gente con cui sono cresciuto come Criscito e Sirigu, e poi mi dà l'occasione di tornare spesso in Italia, altrimenti non ci tornerei mai".

Lei si sente italiano?
"Certo, anche se la mia prima lingua è l'americano".

Nelle sue difficoltà in azzurro, c'entra mica il modulo? Lei è una seconda punta.
 "Ma no, gioco ovunque. Finora è stato solo un problema di momenti. Non era arrivato quello giusto".

I mondiali sarebbero andati diversamente se Lippi l'avesse convocata?
"Se non pensassi di poter fare la differenza, non giocherei a calcio. Ma i mondiali sono un capitolo chiuso. Ora ci sono gli Europei e sono certo che cresceremo molto".

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di Redazione
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