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Le tesi difensive smontate punto per punto

Vi spiego perchè lo sciopero dei calciatori è una vergogna

Una casta di privilegiati ed egoisti

Vi spiego perchè lo sciopero dei calciatori è una vergogna
27/08/2011, 20:08

Sullo sciopero dei calciatori e sulle motivazioni che l'hanno scatenato si è detto tanto, forse troppo ma, paradossalmente, non ancora abbastanza. Mi spiego: se è vero che il nodo principale era (ed è) la possibilità di "punire" i giocatori sbattendoli fuori dalla rosa che si allena regolarmente e riesce dunque a garantire una continuità sia sportiva che "promozionale", è anche vero un altro dettaglio che i vari debunker improvvisati hanno voluto a tutti i costi far passare per bufala: lo sciopero c'è stato anche per il contributo di solidarietà sul quale i club ed i loro dipendenti non sono riusciti a trovare un accordo preciso. I primi soggetti ritenevano che fosse sempre e comunque a carico dei secondi, mentre, i giocatori, si dicevano convinti che il pagamento dipendesse dal conteggio al netto o al lordo dello stipendio.
A confermare che lo stop è nato anche per questo insignificante sacrificio economico richiesto a chi comunque guadagna più che bene, è stato lo stesso Tommasi con una dichiarazione rilasciata al Corriere dello Sport:"L'intenzione era quella di chiarire la situazione inerente al contributo di solidarietà". L'ex centrocampista giallorosso, noto per la sua abnegazione alla maglia e per quel minimo sindacale (1500 euro al mese) accettato pur di continuare a giocare nella Roma, si trova a dover gestire una situazione a dir poco complessa: con una Lega a quanto pare poco efficiente, moderna e pronta al dialogo ed il mondo dei patron diviso sulla valutazione dell’operato di Abete e Beretta ma unito nella condanna dello sciopero. Insomma: come quasi sempre accade, in casi come questo, verità (e colpe) non sono attribuibili ad una sola parte ma in maniera generale a tutti gli attori.
Tuttavia, considerando la situazione globale contingente, i maggiori colpevoli sembrano proprio i colleghi di Tommasi. Le pretese di tutele (e privilegi) al limite del tollerabile dei calciatori cominciarono a venir fuori con il primo sciopero della storia della Serie A: era il 15 marzo del 1969 e gli scarpini restarono nei borsoni per chiedere (e poi ottenere) l'abolizione di una regola del contratto collettivo che prevedeva un decremento massimo del 40% degli emolumenti nel caso in cui non fossero state collezionate un tot numero di presenze. Un principio abbastanza giusto; atto a premiare i migliori e costanti e a punire coloro che lavoravano meno o che, semplicemente, riuscivano a garantire uno scarso rendimento dimostrandosi poco utili alla squadra.
Una regola che esiste praticamente in ogni azienda privata: se vali e lavori con serietà portando benefici a chi ti ha assunto, vieni premiato con aumenti di stipendio, bonus, ferie aggiuntive ecc; se sei uno scansafatiche, non lavori con la dovuta professionalità e non risulti utile all'azienda, vieni licenziato o ti vedi lo stipendio decurtato.
Ma evidente, questi dipendenti, non hanno mai voluto assaggiare sul serio il sapore spesso amaro del mercato del lavoro e, nel corso degli anni, hanno lottato per rendere possibili alcuni indegni schiaffi alla miseria (ed ai lavoratori onesti) come i 4 milioni di euro (4 milioni!!!) incassati dall'oramai ex campione Adriano per stare semplicemente in tribuna o a casa a giocare alla Play Station. Il pretesto della regola sui fuori rosa, dunque, è solo l'ennesima dimostrazione di insensibilità ed irresponsabilità data da quella che è oramai a tutti gli effetti una casta di intoccabili che ha perso completamente il contatto con chi, per questa casta, ogni anno spende anche migliaia di euro in trasferte, biglietti, abbonamenti e pernottamenti. Spese che costano sacrifici e spesso anche vere e proprie liti familiari.
Altro dettaglio importante riguarda le ulteriori clausole (ad avviso dello scrivente sacrosante per ridare sobrietà, credibilità ed onestà al mondo del calcio) che sono state praticamente già eliminate per non infastidire troppo i calciatori ed il loro mondo patinato. Le elenco di seguito:
- Quando un club decide di cedere un giocatore ad una società di pari livello quest’ultimo è costretto ad accettare lo stesso tipo di retribuzione (esempio: Criscito al Genoa guadagnava 1 mln. Il Genoa decide di venderlo al Palermo. A quel punto il Palermo avrebbero concesso uno stipendio non superiore ad un milione di euro e Criscito avrebbe dovuto accettare il trasferimento)
- I giocatori sono obbligati ad avere un'etica professionale anche fuori dal campo e quando non si allenano. Il tutto per preservare sia la propria immagine, sia quella sia del club, sia il proprio equlibrio psico-fisico.
- I giocatori non possono svolgere altre attività professionali.
Di queste, l’unica clausola “superstite", riguarda la norma sul fuori rosa: se un giocatore si comporta male, il suo club può punirlo ed escluderlo dagli allenamenti della prima squadra (ma nessuno vieta al professionista di allenarsi comunque). Il timore secondo il quale i presidenti utilizzerebbero questo provvedimento prima di vendere i propri calciatori ha molto poco senso per un motivo semplice: un professionista che non si allena regolarmente ne risente a livello psico-fisico, perde di valore ed è quindi molto più difficile da piazzare sul mercato. Nessun patron dotato di un minimo di buon senso ha interesse a svalutare o distruggere la carriera di quello che per lui è un patrimonio (o un investimento). Ergo, provvedimenti come il fuori rosa, sarebbero presi solo in casi eccezionali e per punire le varie prime donne viziate come Balotelli, Adriano, Lavezzi, C. Ronaldo ecc. I giocatori seri e pronti a lavorare con passione e dedizione non verrebbero mai colpiti da simili punizioni e, anzi, si vedrebbero magari valorizzati anche moralmente rispetto ai compagni più talentuosi ma meno umili e disciplinati.
A conti fatti, dunque, la casta di bamboccioni, con questo sciopero, dimostra di non voler crescere e di rappresentare un incredibile paradosso in cui, il dipendente, ha più diritti e tutele del datore di lavoro. Non è un caso, quindi, se il mondo del calcio rischia di collassare su se stesso. Non è il caso, concludendo, se il fair play finanziario obbligatorio sarà l’unico modo per evitare che questa barca di ignobili sfarzi affondi nell’oceano del superfluo e nell’esagerato nel quale naviga da troppo tempo.

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di Germano Milite
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