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Zola: "Napoli-Chelsea? Sono diviso a metà"


Zola: 'Napoli-Chelsea? Sono diviso a metà'
20/02/2012, 16:02

Caro Zola, esauriamo subito la domanda più banale. Partita fra Napoli e Chelsea, due squadre in cui ha giocato. Da che parte starà?

«Diviso a metà. Se dicessi questa o quella squadra mi sentirei un ruffiano. Mi auguro che vinca la squadra che gioca meglio. Sia l’una che l’altra hanno una grande tifoseria, sia all’una che all’altra penso con gratitudine».

Torniamo molto indietro. Dalla Torres al Napoli, 1989.

«Un sogno che si realizzava. Come tutti i ragazzini sardi che tiravano calci a un pallone, il mio sogno era il Cagliari, ma mi avevano scartato più d’una volta per via del fisico minuto. Al Napoli mi volle Moggi, al quale mi aveva segnalato il ds della Torres, Lello Barbanera, bravissima persona che adesso non c’è più. Quando la Torres, che era una squadra-satellite di Moggi, giocava in Campania venivano a vedermi gli osservatori del Napoli, non tutti convinti che io fossi un affare. Poi la spuntò Moggi, o l’amicizia con Barbanera. La Torres incassò 700 milioni, mi pare, più il prestito di tre ragazzi del Napoli, e la clausola di altri 100 milioni in caso di mio debutto in Nazionale. Un sogno, dicevo. Dalla C alla A saltando la B. Mi sposai e partii per Napoli, affittammo una casa a Capodimonte. In città ci trovammo bene, abbiamo ancora molti amici, come l’avvocato Marrucco che diventò mio procuratore, ma prima ancora mio amico. A Napoli non era facile, in quel periodo, fare una vita normale. Si bloccava il traffico. Io ero casa e campo, campo e casa. Avevo 23 anni, arrivavo tardi alla serie A e sapevo che Napoli era un luminoso punto di partenza. La squadra di Maradona, che si poteva chiedere di più? Sono stato bravo a non sentirmi arrivato».

Rapporti con Maradona?

«Chi ama il calcio non poteva non amare Maradona. Al primo giorno di ritiro il suo benvenuto è stato questo: finalmente ne hanno comprato uno più basso di me. Non so se fosse così, ma non aveva importanza. Se era normale che io guardassi Diego con gli occhi spalancati, specie quando calciava le punizioni, non era così scontato che lui fosse tanto disponibile con me. Era una leggenda vivente ma non si dava arie, era semplice, diretto, disponibile. Per la mia maturazione è stato fondamentale conoscerlo, ma ho imparato qualcosa anche da Careca, credo. Io nasco attaccante, prima punta alla Nuorese, ma seconda pure mi va bene. Ho giocato anche trequartista, poi il 10 sulla schiena era diventato più un marchio che un merito».

Ci arriveremo, ma restiamo a Napoli. Allenatori e allenamenti.

«Ho avuto Bigon, Ranieri e Bianchi. Dalla C alla A, aumentano molto i carichi di lavoro. Ranieri era il più innovativo con gli allenamenti neuro-muscolari. In tre anni sono aumentato di tre chili, tutti muscoli».

Niente palestra, niente pesi?

«Visti per la prima volta a Parma, con Carminati preparatore e Scala allenatore, uno dei migliori che ho avuto. Va bene la preparazione sulla forza, col risvolto dei maggiori guai muscolari, ma credo che non si debba penalizzare
l’agilità di un calciatore. A Londra, a 33 anni, mi sono accorto che perdevo velocità, quindi ho cambiato preparazione».

Torniamo a Napoli.

«Primo gol in A, alla Samp. Crippa recupera il pallone a fondocampo e me lo passa sullo spigolo sinistro dell’area, supero un difensore con uno stop a seguire e di destro infilo all’incrocio più lontano. Finì 3-1, Diego stava male e non giocava, quel giorno. Ma ricordo come fosse oggi quando a Pisa mi consegnò la maglia numero 10 come una reliquia. E quando, negli ultimi tempi, diceva che il Napoli non doveva cercare in giro il suo sostituto perché ce l’aveva già in casa».

E poi lei passò al Parma.

«Non per mia scelta, era la società che doveva fare cassa. Tant’è che oltre a me cedettero Thern, Ferrara e Fonseca. Non ho tradito nessuno. Anche se hanno voluto farlo credere».

Saltiamo Parma.

«No, breve riassunto: 102 partite, 49 gol e forse la migliore stagione che ho disputato. I tifosi volevano lo scudetto, l’abbiamo solo sfiorato. Abbiamo vinto Coppa Uefa, Supercoppa, non è bastato. Ancelotti non mi vede, arriva l’offerta del Chelsea e l’accetto. Non è più un sogno, adesso è una sfida. So perfettamente in che campionato vado a giocare, e come sono abituati a giocare loro, e so anche perché chiamano me».

Gia, perché?

«Tra l’82 e il ‘90 e oltre in Italia c’erano i più bravi del mondo: Maradona, Platini, Falcao, Matthaeus, Gullit, Van Basten, Zico, Junior. Le nostre squadre erano ricche, forti e vincenti, tanto da illuminare anche il decennio successivo. Gli inglesi si stavano attrezzando, si guardavano intorno, pensavano a un calcio meno inglese, nel senso di meno tradizionale e prevedibile. L’Italia era il paese della fantasia. Al Chelsea trovo Vialli e Di Matteo, e Gullit allenatore. All’inizio gioco a centrocampo, perché Gullit dice che lì prenderò meno botte, con Vialli e Hughes di punta. Gioco per modo di dire, perché la palla non la vedo mai, il centrocampo è sempre sorvolato dai lanci lunghi. Poi s’infortuna Vialli, divento punta e a musica cambia».

Difficoltà d’inserimento?

«Credevo di sapere l’inglese, lo studiavo già da un anno per conto mio, ma ero un disastro. Devo ringraziare Vialli: mi consigliò un’insegnante brava e simpatica, miss Janet: due ore di lezione tre volte a settimana e sono migliorato. Ho imparato a guidare tenendo la sinistra e a giocare a golf, anche se mio figlio Andrea ora è più bravo di me. Ecco, qualche timore io e mia moglie l’avevamo per i figli: Andrea aveva 5 anni, Martina 4. Hanno fatto tutte le elementari in una scuola con tanti bambini di tante etnie e si sono trovati benissimo. Hanno ancora dei contatti».

E lei in campo?

«Io ricordo una terribile partita a Leeds in cui ci picchiarono dall’inizio alla fine. Ma in generale le cose erano accettabili. C’è ancora qualche macchia, gli episodi di razzismo con Suarez e Terry, ma in Inghilterra si gioca un calcio più sano del nostro, o meno inquinato. Al tifoso basta che tu dia tutto sul campo, il risultato è secondario. In Inghilterra sono arrivato che non ero più un ragazzo, avevo 30 anni, ma posso dire di essermi adattato al loro calcio senza rinunciare al mio».

Ha avuto la soddisfazione di segnare il gol della vittoria italiana a Wembley, Mark Hughes ha detto che chi gioca male in coppia con Zola deve dubitare di se stesso, Gary Lineker ha detto che Zola è il miglior calciatore straniero nella storia del campionato inglese. Poi, lei è stato nominato dalla regina Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, il Chelsea ha ritirato la sua maglia numero 25, Scatola magica è il suo nome per i tifosi. Dimentico qualcosa?

«Io non dimentico il calore e l’allegria che ho dato e ricevuto, la felicità del gioco. Il calcio non è solo forza e tattica. Per questo negli ultimi tempi ho seguito da vicino il lavoro di due allenatori che insegnano anche i valori del calcio, gli stessi che insegnerò io quando tornerò su una panchina, non so né dove né quando».

Chi sono i due?

«Guardiola e Zeman».

FONTE: LA REPUBBLICA

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di Luigi Russo Spena
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